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Rita Ghedini già senatrice Pd dal 2008 al 2014, è presidente di Legacoop Bologna (foto di Alberto Biondi)

 

Presidente, lei è stata senatrice della Repubblica dal 2008 al 2014. Che cosa le ha insegnato quell’esperienza?

«È stata principalmente un’importante occasione di studio. Venivo da oltre vent’anni passati nel mondo della cooperazione e ho potuto conoscere il funzionamento delle istituzioni, rafforzando la mia fiducia nel loro valore. Resta però l’amarezza per la difficoltà di tradurre questo potenziale in risultati concreti per il benessere dei cittadini».

Bologna ha una lunga tradizione di leadership femminile, ma raggiungere ruoli apicali resta un tema complesso. Essere donna per lei è stato un ostacolo?

«No. Non lo è stato per gli obiettivi di carriera, anche perché non ne ho mai avuti di specifici. Per nove anni sono stata presidente di Cadiai, cooperativa sociale di Bologna, realtà che ha avuto e ha tuttora esclusivamente presidenti donne, questo mi ha consentito di fare esperienza dell’esercizio dei ruoli apicali, senza sperimentare il contrasto e il pregiudizio di genere. Tuttavia, riconosco di essere stata la prima presidente donna di Legacoop a livello territoriale».

Quanto le occupa il lavoro e cosa le piace fare nel tempo libero?

«Il lavoro mi occupa moltissimo tempo, mi definisco una workaholic. Ho tante passioni che mi piacerebbe coltivare. Amo leggere, prediligo autrici femminili come Elsa Morante, una delle mie preferite, anche se adesso che porto gli occhiali faccio fatica. Adoro anche la musica e quando posso vado a qualche concerto a teatro. Poi ci sono la cucina e il giardinaggio».

Matteo Lepore, sindaco di Bologna, era dipendente di Legacoop. Michele de Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna, di Federcoop, la società di servizi e consulenza alle imprese di Legacoop Romagna. Legacoop non ha mai contato così tanto come oggi nel panorama politico locale e regionale. Come se lo spiega?

«Non è vero che Legacoop conti più di prima. L’attività in cooperativa insegna attenzione alla comunità e impegno sociale, e non deve sorprendere che chi la vive decida poi di mettere questa esperienza al servizio della politica. Il nostro peso è proporzionato al lavoro delle imprese sul territorio e alla loro capacità trasformativa. Le cooperative, creando questo ecosistema, formano persone pronte a ricoprire ruoli istituzionali»

Di recente sono emerse divergenze tra Lepore e de Pascale sul tema della sicurezza, in particolare sul dialogo col governo in merito ai Cpr. Qual è il suo punto di vista e soprattutto chi ha ragione?

«Sono estremamente contraria ai centri di permanenza per il rimpatrio. Personalmente ho fatto delle battaglie per la chiusura del Cpr di Bologna. Sono dei luoghi che oltre a generare violenza e separatezza non servono alla sicurezza».

Lei che soluzione propone?

«Bisognerebbe investire sul destino delle persone. Da decenni in Italia la gestione del fenomeno migratorio è stata prevalentemente logistica, mentre servirebbe un approccio strutturato: formazione di base, accoglienza abitativa, integrazione culturale e sostegno all’inserimento nel mondo del lavoro. Solo così si tutela la sicurezza reale dei cittadini, si risponde ai bisogni del sistema produttivo e si previene la marginalizzazione che può generare delinquenza. I Cpr, così come sono oggi, non svolgono questo ruolo e diventano luoghi del nulla.»

Legacoop rappresenta centinaia di cooperative e oltre 45.000 lavoratori in diversi settori. Qual è il compito principale dell’associazione oggi?

«Creare le condizioni adatte così che i nostri lavoratori abbiano continuità e possibilità di sviluppo. Crediamo che la qualità della vita in questa regione dipenda anche da una cooperazione forte e di valore imprenditoriale, fatta di imprese mediamente più longeve delle aziende private. Il nostro compito è far crescere nuova cooperazione e garantire futuro a quella esistente, promuovendo la forma cooperativa come strumento utile per organizzare lavoro, servizi e bisogni della comunità, anche per le nuove generazioni, senza richiedere grandi capitali o asset familiari».

Quali possono essere, secondo lei le ripercussioni politico-economiche della guerra iniziata in Medio Oriente? Dunque, in Italia e sulle cooperative?

«La guerra è terribile e le ripercussioni sull’economia globale sono pesanti. C’è il rischio di un nuovo choc energetico: le imprese italiane e le cooperative avevano già sofferto quello di tre anni fa con l’avvio della guerra in Ucraina. L’aumento dei costi dell’energia incide fortemente sulla produzione e sui bilanci aziendali».

Quali settori e prodotti ne risentiranno di più?

«L’export di prodotti agricoli, in particolare del vino, che è già un prodotto in difficoltà per i cambiamenti di mercato e gli stili di consumo. La chiusura del Canale di Hormuz peggiora la situazione, creando riflessi anche su cereali e altre materie prime. È un colpo che conferma quanto le tensioni geopolitiche intacchino direttamente il commercio e le cooperative italiane».

Il sistema cooperativo bolognese è molto eterogeneo, come riuscite a coniugare questa diversità mantenendo una visione comune?

«È difficile. Cerchiamo di sviluppare una cultura comune su ciò che interessa a tutte le nostre cooperative. Essendo imprese di persone, prestiamo particolare attenzione ai bisogni dei lavoratori e alle relazioni tra di loro, che sono il vero fondamento della cooperazione».

In cosa si distingue una cooperativa rispetto a un’impresa tradizionale?

«È molto semplice. Nelle cooperative la proprietà è diffusa e paritaria tra i soci. I risultati dell’impresa non vengono distribuiti in base al capitale, ma in funzione della partecipazione dei soci: al lavoro, al consumo o all’uso dei servizi. A differenza delle imprese di capitale, che remunerano il capitale investito, le cooperative premiano l’apporto mutualistico dei soci, destinando parte del risultato a riserve e sviluppo».

Come descriverebbe lo stato di salute delle cooperative bolognesi?

«Il 2025 è stato un anno abbastanza buono: oltre l’80% delle ha chiuso i propri bilanci in utile. Oggi stanno abbastanza bene, ma guardiamo al 2026 con maggiore preoccupazione. Le prospettive di sviluppo sono modeste e molti settori iniziano a risentire della contrazione produttiva, soprattutto nella manifattura tradizionale. Gli effetti del Pnrr stanno terminando, e la crisi si riflette anche sui servizi collegati, come mense, logistica e trasporti».

Con la chiusura progressiva del Pnrr, teme quindi un rallentamento per quest’anno?

«Sì, lo dicevo prima. Alcuni segnali li vediamo già. Il rallentamento è iniziato nel settore delle costruzioni dopo la fine del Superbonus 110% e si avverte anche nella riduzione degli appalti pubblici legati al Pnrr. C’è poi un altro tema: il piano ha finanziato molte infrastrutture e nuovi spazi, ma non sempre ha previsto le risorse per farli funzionare nel tempo. Penso, ad esempio, a strutture sanitarie, sociali o educative: si costruiscono gli edifici, ma poi servono personale, servizi e gestione quotidiana. Senza queste risorse, il rischio è avere strutture nuove ma difficili da utilizzare pienamente».

Quale valore aggiunto offrono le cooperative alla città di Bologna?

«Generano lavoro, sostengono i consumi e permettono alle imprese di reinvestire. Nel 2025, nonostante le incertezze per il futuro, molte cooperative hanno aumentato gli investimenti in innovazione ed efficienza. Queste risorse restano sul territorio, creando lavoro, migliorando servizi e, dove possibile, favorendo la realizzazione di abitazioni più accessibili. In questo modo le cooperative contribuiscono direttamente al miglioramento della qualità della vita dei cittadini, anche in un contesto economico complesso».

A proposito del futuro, che Bologna vorrebbe tra cinque anni?

«Vorrei una Bologna che continui a essere una comunità viva, attiva e partecipe, anche in una fase in cui la sua composizione sociale sta cambiando. Una città capace di restare attrattiva, offrendo più case a prezzi accessibili a chi sceglie di viverci, lavorare e costruire un progetto di vita. E una Bologna che valorizzi ancora di più il grande patrimonio rappresentato dall’università, investendo su ricerca, cultura e competenze. È da lì che passa gran parte della capacità di un territorio di crescere e restare competitivo».

I cantieri del tram stanno cambiando il volto di Bologna. Per il sistema cooperativo questa è un’opportunità oppure un grande rischio?

«Certamente un’opportunità. Stiamo attraversando degli anni di grande difficoltà, sia per la mobilità delle persone che per quella delle merci, ma ci auguriamo che si tratti di una sofferenza costruttiva. Siamo speranzosi che il tram porti effettivamente un alleggerimento del traffico, una riduzione delle emissioni, migliorando il collegamento fra i luoghi della città. Personalmente non vedo l’ora di salirci sul tram e spero che anche le altre linee vengano realizzate».

Bologna è sempre più attiva, ma anche più cara. Sta percependo un aumento delle disuguaglianze tra lavoratori?

«Sì. Il tema più evidente è quello dell’accesso alla casa. L’aumento dei costi dell’alloggio pesa molto sui lavoratori a reddito basso o medio-basso, riducendo il loro potere d’acquisto. In passato la cooperazione fra abitanti ha contribuito a offrire alloggi a canoni anche molto inferiori rispetto al mercato, ma oggi realizzare nuove abitazioni è diventato più difficile per l’aumento dei costi delle aree e delle costruzioni».

Cosa si può fare?

«È importante rafforzare strumenti di edilizia residenziale sociale: facilitare l’accesso alla casa significa anche ridurre le disuguaglianze e sostenere lo sviluppo del territorio».

Un giudizio sul mandato di Matteo Lepore?

«Molto slancio negli obiettivi ma percepisco un po’ di fatica nella loro realizzazione. Le sfide sulla trasformazione urbana e sulla mobilità erano necessarie e importanti, anche se la loro gestione è complessa e coinvolge molti livelli istituzionali. Penso, ad esempio, al progetto del tram: un’opera ambiziosa e strategica per una città europea come Bologna. Tenere l’asticella dell’ambizione alta espone inevitabilmente anche a più critiche, ma credo sia giusto provarci e portare avanti queste trasformazioni. Per un giudizio effettivo però bisogna aspettare la fine del mandato».

Come Legacoop Bologna, vi sentite ascoltati dall’amministrazione comunale?

«Dipende dai temi. In generale il dialogo c’è, ma vorremmo che l’investimento sull’economia sociale diventasse più concreto. L’Europa riconosce sempre di più il ruolo di soggetti collettivi come cooperative, volontariato e terzo settore nello sviluppo dei territori. Anche la Città metropolitana di Bologna ha varato un Piano per l’economia sociale, un passo importante, che però per ora non è ancora accompagnato da risorse adeguate».

In concreto, quale cambiamento vi piacerebbe vedere?

«Chiediamo di trasformare la visione dell’economia sociale in azioni concrete. Ad esempio, favorire l’edilizia residenziale sociale, promuovere partnership tra pubblico e privato nella gestione dei servizi e dare maggiore ruolo ai soggetti collettivi nei servizi di interesse generale. L’obiettivo è creare uno sviluppo integrato e partecipato, dove pubblico e privato lavorano insieme per migliorare il territorio».

Il 71% dei dipendenti delle cooperative bolognesi è donna. Vi ritrovate in questo dato?

«All’inizio del 2026, il 61% degli occupati nelle cooperative aderenti a Legacoop è donna, quindi un po’ meno rispetto ai dati precedenti. Molte riescono a ricoprire ruoli decisionali: abbiamo visto aumentare la presenza femminile nei consigli d’amministrazione e nei ruoli dirigenziali, oggi intorno al 35%».

Che lavori svolgono?

«Molte lavorano part-time, spesso per necessità legate alla famiglia o per limiti del welfare locale. Le cooperative restano il miglior datore di lavoro per le donne in Italia, ma l’obiettivo è aumentare le ore di lavoro disponibili e migliorare l’organizzazione dei servizi per garantire maggiore flessibilità e opportunità».

L’occupazione nelle cooperative cresce, ma si continua a parlare di carenza di manodopera. Come mai?

«L’occupazione cresce, ma non sempre aumenta proporzionalmente la quantità di lavoro disponibile. Ci sono più persone assunte, ma molti lavorano part-time o non in ruoli ad alta intensità di lavoro. Inoltre, entrano pochi giovani sul mercato, soprattutto nei profili più richiesti».

Quali sono i profili più difficili da trovare?

«Mancano figure altamente specializzate come ingegneri, programmatori, tecnici Stem e anche mestieri artigianali tradizionali come muratori, idraulici ed elettricisti. La formazione scolastica e universitaria non sempre corrisponde ai bisogni del mercato, creando un fenomeno di mismatch tra domanda e offerta».

Come si potrebbe affrontare questo problema?

«Molte imprese hanno creato accademie interne per formare il personale. In Emilia-Romagna gli Its (Istituti tecnici superiori) stanno crescendo, passando da 7 a 17 e con l’obiettivo di arrivare a 24. Serve però un maggiore investimento e un migliore collegamento tra scuola, università e mondo del lavoro».

L'intervista si trova all'interno del n. 16 di "Quindici"