editoria
La sede del "Washington Post" a Washington D.C. (foto Ansa)
Un consistente numero di giornalisti, fra i quali diversi premi Pulitzer, lascerà a breve la redazione del “Washington Post”, il più antico e più importante quotidiano della capitale americana. È l’ennesimo taglio di Jeff Bezos, miliardario fondatore di Amazon e proprietario del “Post” dal 2013, che ha deciso di “accompagnare alla porta”, a causa di forti perdite, 300 dipendenti su 800, più di un terzo dell’organico. Questa decisione tocca diversi settori della testata: chiusi quelli dello sport e dei libri e dimezzate sia la cronaca locale sia la cronaca estera, con l’abbandono di corrispondenti da punti caldi del mondo come Medio Oriente, India e, sembrerebbe, persino Ucraina. Già 13 anni fa il giornale soffriva molto per la crisi dell’editoria e l’arrivo di Bezos era stato ritenuto un momento di rinascita. Dopo una iniziale via di sviluppo, ecco la parabola discendente e i tagli. Da ricordare, appena tre anni fa, il licenziamento di 100 firme data la perdita di 77 milioni di dollari.
Matt Murray, il direttore, con cui spesso Trump si è congratulato per sua la “correzione di rotta” politica del “Post”, ha preferito annunciare il drastico cambiamento attraverso un video, definendo la situazione «dolorosa ma necessaria». Non sono mancate però nel suo messaggio un paio di critiche. La prima sul mancato aggiornamento dei giornalisti sui nuovi metodi del fare informazione degli ultimi tempi, accusandoli di vivere, in sostanza, nella gloria di un passato editoriale che non c’è più. La seconda è sull’aver sposato troppo a lungo e in maniera troppo evidente la causa liberal, ovvero quella del Partito democratico. Questa non è una novità, già nel 2024 Bezos aveva vietato di fare l’endorsement alla vicepresidente Kamala Harris per la corsa alla presidenza, dopo il ritiro di Biden e aveva censurato gli editoriali politici. Questo atto aveva portato 200mila fedeli lettori a disdire l’abbonamento. Un danno non indifferente, pesato sulla situazione finanziaria del quotidiano.
Non resta che vedere come si svilupperà la vicenda e se rimarrà ancora qualcosa di riconoscibile del giornale passato alla storia grazie alle sue grandi inchieste, prima fra tutte il caso Watergate, la scoperta di intercettazioni illegali fatte da uomini del Partito repubblicano nel quartiere generale del Partito democratico, scandalo che nel 1974 portò alle dimissioni Richard Nixon, prima e finora unica volta per un presidente americano.