Il commento
Il giornalista Enrico Franceschini (foto da Licenze Creative Commons)
«Il “Post” non sarà più una voce libera. Ci guadagna Trump, ci perde la democrazia americana». È il commento di Enrico Franceschini - firma bolognese per "la Repubblica" da Londra, in passato corrispondente anche dagli Stati Uniti - sul caso “Washington Post”, di proprietà del miliardario e fondatore di Amazon Jeff Bezos, che ha deciso di licenziare 300 degli 800 giornalisti della sua redazione. Una sorta di tentativo di rimedio alle perdite finanziarie. Questo fatto risulta emblematico, in quanto mette in luce le cattive condizioni dello stato dell’editoria a livello mondiale.
Franceschini, la decisione di Bezos è stata un’inevitabile risposta alla crisi del settore o una scelta strategica?
«Che il settore sia in crisi lo sappiamo da tempo, per via della rivoluzione digitale. Gli editori perdono copie e soldi e allora riducono lo staff. Poi c’è la visione del giornalismo di Bezos. Aveva promesso che avrebbe portato al “Post” le stesse strategie di guadagno di Amazon, che avrebbe insegnato a fare soldi online al giornalismo. A quanto pare non è stato così».
Questo netto taglio potrà migliorare la situazione finanziaria del quotidiano?
«Io dubito che sia la soluzione giusta, ma quella giusta forse non la conosce nessuno. Di solito la reazione dei proprietari in questi casi è appunto tagliare, ma se non dai in cambio qualcosa di valido ai lettori è difficile che aumentino gli abbonamenti online. Bezos ha licenziato i corrispondenti esteri, che erano un fiore all’occhiello del “Post”, assieme alle sue inchieste e agli articoli politici. Lo ribadisco, se offri poco, se il prodotto è più povero, è più difficile risalire la china. Questa volta il taglio di addirittura 300 giornalisti è enorme, un dato molto preoccupante per una delle due o tre testate più importanti rimaste negli Usa».
Si credeva che Bezos, arrivato al “Post” nel 2013, avrebbe risanato le perdite, poi si sono visti i segnali di impoverimento, sia dal punto di vista finanziario sia dal punto di vista delle posizioni politiche del quotidiano. Soprattutto dal secondo mandato di Donald Trump.
«Sì, al di là dei licenziamenti, Bezos aveva già dato segnali non positivi a proposito della sua gestione. Basti pensare al mancato endorsement a Kamala Harris alle elezioni del 2024 e la cancellazione delle pagine delle opinioni. Un grande giornale deve dare spazio ai fatti e ai commenti, concedere un ampio ventaglio ai suoi lettori. Bezos dava l’idea di editore progressista ma, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, ha pensato bene di tenerselo buono e non dargli fastidio».
Secondo lei come vede Trump questo affondo dell’avversario “Washington Post”?
«Penso che tutte le mosse di Bezos lo abbiano tranquillizzato. Dopo differenti segnali (il taglio dei corrispondenti esteri, la cancellazione delle pagine d’opinione, persino i 70 milioni spesi per il documentario su Melania Trump), ritengo che il “Post” non sarà più una voce libera, progressista, vicino all'universo liberal. Ci guadagna Trump e ci perde la democrazia americana. Speriamo che il “Post” resista».
Come vive la crisi editoriale il giornalismo anglosassone, in generale?
«Il giornalismo anglosassone rimane il migliore giornalismo al mondo. È nato a Londra, poi si è spostato negli Stati Uniti, e riesce ancora a dare un’informazione obiettiva, grazie ai mezzi di cui dispone, al suo vasto bacino di lettori che parlano o sanno l’inglese. Resta, insomma, un punto di riferimento nel clima attuale, nonostante il digitale. Ma questo riguarda soprattutto le grandi testate, ad esempio il “Guardian”, il “Times”, il “New York Times”. È difficile capire come quelle più piccole possano prosperare, ma sono comunque parte di un modello vincente, in un’epoca in cui è sempre più arduo fare un buon giornalismo di qualità».