Mostra
Immagine che ritrae Ruth Orkin (foto di Ludovica Addarii)
Da Marlon Brando a Woody Allen, da Alfred Hitchcock a Vittorio de Sica, fino a Einstein. Questi e tanti altri sono stati i volti di celebrità del XX secolo immortalati da Ruth Orkin, fotoreporter, fotografa e regista statunitense (1921-1985). Molte di queste sue immagini - 187 in bianco e nero - saranno visibili, dal 5 marzo al 19 luglio, nella mostra a lei dedicata: “Ruth Orkin - The Illusion of Time” a Palazzo Pallavicini a Bologna (in via San Felice 24). Quella ospitata nell’edificio quattrocentesco sarà l’antologica più ampia mai organizzata in Italia, ed è stata curata dalla storica dell’arte francese Anne Morin. Oltre alle foto, ricordi di un’epoca ormai passata, ci sono due sue macchine fotografiche e alcune pagine del suo diario.

Osservando da vicino gran parte dei suoi lavori si può notare un comune denominatore: il cinema. E non solo per via dei soggetti raffigurati, ma lo si ritrova anche nella tecnica fotografica da lei adoperata. Come ha detto la curatrice Morin: «Cerca di catturare frammenti di vita quotidiana e simularne il movimento attraverso l’immagine. In fondo cos’è il cinema se non un insieme di istantanee fisse catturate e poi messe in sequenza una dopo l’altra?». Tutto ciò traspare perfettamente dalle sue fotografie: i volti naturali e rilassati delle persone, apparentemente coinvolti in un’azione dinamica, rendono bene l’idea della capacità che aveva l’artista di entrare in stretto rapporto con i soggetti dei suoi ritratti, sintomo di un occhio attento, una profonda sensibilità e conoscenza del genere umano.

La Settima Arte è un mondo che l’ha sempre affascinata, anche grazie all’influenza della madre Mary Ruby, attrice di film muti della Hollywood degli anni Venti e Trenta del Novecento. «Ruth è sempre stata desiderosa di entrare a far parte del settore cinematografico nelle vesti di regista – continua Morin –, tuttavia a quei tempi alle donne era concesso di esporsi solo davanti alla macchina da presa, mai dietro. Orkin però non voleva rinunciare al suo sogno, e pur di avvicinarsi a questo universo sostituì la cinepresa con la macchina fotografica perché “Non ci sono sindacati che tengano le donne fuori dalla fotografia”, come osservato da lei stessa». Ecco che l’appuntamento mancato con la sua vocazione, la costrinse a inventare un nuovo linguaggio che mediasse tra queste due arti sorelle, un modo di esprimersi sospeso nel mezzo tra un’icona fissa e l’illusione di un’immagine in movimento.

Non è un caso che la mostra venga inaugurata proprio durante la settimana dell’8 marzo, il giorno in cui si celebra la Donna. Uno degli obiettivi dell’esposizione, infatti, è proprio quello di voler dare il giusto spazio nella storia della fotografia a chi, come questa donna, ha contribuito enormemente a cambiarla. «Si vuole riabilitare una figura fotografica, isolata e dimenticata, relegata ai margini. Non è mai troppo tardi per riconsegnare il posto nella memoria collettiva a una figura come la sua. Quando una donna si muove in un contesto proibito al genere femminile, non conquista solo la propria libertà, ma amplia le prospettive di tutte le altre. Ed è proprio questo ciò che la mostra vuole comunicare: un’esortazione per tutte le donne a inseguire i propri sogni in un mondo declinato al maschile», conclude la curatrice.