IL QUINDICI

Un golfista mentre gioca (foto Ansa)

«Il golf si gioca a piedi», esordisce Arturo Filippini, figura di riferimento del settore. E le sue parole suonano come un manifesto che scardina i cliché legati a questo sport. Niente auto di lusso parcheggiate a bordo campo o golf cart elettrici come quelli guidati da Donald Trump nei suoi resort esclusivi. «È il modo stesso di ragionare e di concepire questo sport. Il golf è nato per camminare. Fare diciotto buche significa percorrere circa dieci chilometri a piedi. Se praticato una o due volte a settimana, i benefici per la salute e la forma fisica sono straordinari, ma purtroppo in Italia manca una comunicazione vera e la percezione pubblica resta distorta». Arturo Filippini parla con esperienza e cognizione di causa.

Oggi è un veterano ma è soprattutto un fautore di questo sport: è il presidente del “Golf Club Molino del Pero”, realtà del territorio bolognese con una zona di allenamento a Casalecchio di Reno e un campo da 18 buche a Monzuno, ed è anche il presidente nazionale di “Golf Impresa”, associazione che raggruppa circa settanta circoli italiani. Questo doppio ruolo gli permette di avere un quadro lucido e critico dello stato dell’arte in Italia, un Paese dove il golf vive un profondo paradosso: ha costi di accesso inferiori a molti altri sport, ma non riesce a crescere a causa di dinamiche e limiti culturali. Mentre nel resto del mondo il golf è uno sport consolidato in cui gli investimenti privati generano ritorni economici significativi, l’Italia sembra viaggiare a un’altra velocità. «Nel panorama internazionale l’imprenditore investe perché c’è un ritorno, qui il sistema funziona in modo totalmente differente», spiega. «Di recente ho incontrato un investitore spagnolo intenzionato a scommettere sul nostro Paese, proprio perché in Spagna il settore sta registrando risultati economici straordinari. Da noi, invece, il movimento è fermo da vent’anni. Siamo bloccati».

L’Emilia-Romagna è storicamente una delle prime sei regioni in Italia per numero di giocatori praticanti, secondo un report di marzo 2026 della Figc: ci sono più di 5.000 tesserati complessivi. A Bologna i golfisti praticanti sono meno di tremila, certificando nel capoluogo la concentrazione più alta della regione. Un numero che rispecchia l’evoluzione dello sport nel territorio metropolitano di Bologna, che vanta una delle più alte densità di strutture golfistiche presenti nella regione: il Golf Club Bologna, Casalunga, Siepelunga e Molino del Pero sono le strutture dove si concentra di più la vita golfistica a Bologna. I numeri, d’altronde, non lasciano spazio a interpretazioni di altro tipo e certificano un divario netto con i Paesi europei. L’Italia conta 92.920 tesserati alla Federazione Italiana Golf. Una cifra esigua se confrontata con gli 800 mila giocatori della Germania o con il milione di appassionati che la Francia dichiara di aver superato. Persino la Svizzera, che geograficamente ha un’estensione paragonabile a quella della sola Lombardia, ha ben 120 mila golfisti attivi, così come l’Austria supera abbondantemente quota 100 mila.

Secondo il presidente di Golf Impresa, le responsabilità sono da dividere tra una governance poco lungimirante e barriere d’ingresso che limitano l’accesso a questo sport. Un parziale cambio di rotta sembra essere iniziato l’anno scorso con l’elezione del nuovo presidente federale, Cristiano Cerchiai, il cui mandato si sta focalizzando proprio sul restyling dell’immagine percepita del golf. Tra le iniziative concrete è nato il progetto “GOLFPOP”, una campagna di comunicazione mirata a svecchiare l’ambiente e ad attirare le fasce più giovani della popolazione, storicamente distanti dai green italiani. Il cuore della sfida comunicativa sta nel dimostrare che il golf non è più uno sport per milionari. I dati reali dicono l’esatto contrario, descrivendo tariffe che reggono il confronto con qualsiasi abbonamento in palestra o scuola calcio. La Federazione ha promosso pacchetti che prevedono un’iscrizione iniziale a 20 euro, ma è a livello locale che si giocano le partite più interessanti per i neofiti.

«Presso la nostra struttura, con 99 euro offriamo un pacchetto di sei lezioni individuali con un maestro federale», spiega il presidente del Molino del Pero. «È la formula ideale per capire se questo sport fa per te. Non serve spendere cifre astronomiche per l’attrezzatura, forniamo noi il necessario. Durante le prime lezioni ci si allena nel driving range, la zona di pratica, per assimilare i movimenti fondamentali. Il golf, infatti, è una disciplina di pura tecnica, la forza muscolare non c’entra. Se non impari la tecnica, non ti diverti. All’ultima lezione del pacchetto, l’allievo è già pronto per scendere sul campo regolare». 

L’accesso al campo principale, tuttavia, richiede il superamento di una barriera legata alla sicurezza che spesso i non addetti ai lavori ignorano. «Per giocare sul percorso regolare occorre conoscere le regole di base e dimostrare una minima competenza tecnica - precisa Arturo - Non è una selezione di censo, ma di sicurezza. La pallina da golf è dura, pesante e viaggia a velocità elevate; se colpisci qualcuno per errore puoi fare davvero male. Bisogna saper stare in campo». Anche sul lungo periodo, i costi sfatano la narrativa dell’esclusività. «Da noi il primo anno di frequentazione per un esordiente costa mediamente 500 euro e c’è una differenza sostanziale rispetto al tennis – aggiunge- Nei campi da tennis paghi l’affitto ogni volta che giochi, un’ora alla volta. La nostra quota annuale è forfettaria e comprende l’utilizzo illimitato della struttura. Una volta superato il primo anno promozionale, la tariffa da abbonato da noi tocca i 1.500 euro all’anno.

Significa che un appassionato può presentarsi al campo la mattina, giocare tutto il giorno, usufruire delle strutture e tornare a casa la sera, sette giorni su sette, senza sborsare un euro in più». La struttura giuridica dei club influisce notevolmente anche sulla qualità della gestione. Il modello difeso da Golf Impresa si basa sulla gestione societaria diretta, contrapposta ai vecchi circoli di soci. «Laddove c’è una società immobiliare o un imprenditore con una responsabilità diretta, le decisioni vengono prese rapidamente, i servizi migliorano e si riesce a produrre un margine economico.

Nei circoli tradizionali, dove la proprietà è frammentata tra 400 o 500 soci che votano in assemblea, ogni scelta diventa un calvario burocratico. I campi che oggi funzionano meglio in Italia sono tutti commerciali e imprenditoriali». Un campo da golf non è standardizzato come un rettangolo di gioco del calcio o del basket. Ogni campo è un’opera d’arte paesaggistica a sé stante, progettata adattandosi alla topografia del luogo. Le buche hanno lunghezze variabili. «Il giocatore tipo arriva, inizia il suo giro e magari fa le prime nove buche» - racconta Filippini - poi si ferma al bar della club house, si riposa, beve qualcosa, chiacchiera con gli amici e riparte per completare le successive nove buche. Non c’è alcun obbligo di fare l’intero percorso se non si sta disputando una competizione ufficiale. C’è chi viene e fa solo quattro o sei buche per il puro piacere di fare una passeggiata nella natura e staccare la spina dalla routine quotidiana».

Accanto al golf amatoriale, che rappresenta la vera colonna portante del movimento globale, resiste il golf competitivo. Al Molino del Pero si organizza una gara ufficiale a settimana, mentre altri circoli più grandi arrivano a due o tre eventi settimanali, capaci di impegnare gli atleti per intere giornate. Restano aperti due nodi cruciali per lo sviluppo futuro del movimento: l’alto tasso di invecchiamento dei praticanti e la scarsa partecipazione femminile. «In Italia, la percentuale di golfisti sotto i vent’ anni è ferma a un drammatico 1%. Un dato che evidenzia una mancanza quasi totale di ricambio generazionale all’interno dei circoli storici, popolatissimi da giocatori over 60 e persino da ultraottantenni» spiega il presidente. Al Molino del Pero, la conformazione stessa del territorio ha imposto una selezione naturale: «Il nostro è un campo di montagna, faticoso e con pendenze importanti - aggiunge - Gli anziani faticano a camminare qui e di conseguenza abbiamo una base sociale decisamente più giovane rispetto alla media nazionale, con molti ragazzi che accettano la sfida fisica del percorso a piedi».

Nelle giornate di caldo torrido, l’uso del golf cart diventa un valido aiuto per tutti, ma la filosofia del camminare resta il marchio di fabbrica della struttura. L’altro fronte critico è quello di genere. Le donne rappresentano appena il 10-15% dei praticanti totali sul territorio nazionale. Una presenza ancora troppo marginale per uno sport che, per caratteristiche tecniche, coordinazione e assenza di contatto fisico, si presterebbe al pubblico femminile. «Spesso le donne si avvicinano al golf perché introdotte dai mariti; è difficile dire con certezza quale sia la causa profonda di questo distacco», conclude il presidente.

L'articolo è tratto dal n. 22 di "Quindici" del 18 giugno 2026