Il quindici
Una delle fotografie più celebri di Orkin (foto Ansa)
Lo scatto dal respiro cinematografico che si adatta bene alla cornice, e che nello spirito criptico del bianco e nero riflette la bellezza dell’immagine in movimento. Ruth Orkin, fotografa e fotoreporter statunitense, ha lasciato una produzione artistica degna di nota, forte di un rimando al mondo dei film, nel quale fece fatica ad emergere davvero come regista, ruolo precluso alle donne nella prima metà del Novecento. Le sue foto sono una testimonianza che Bologna ha scelto di omaggiare con l’antologica “Ruth Orkin. The Illusion of Time”, la più ricca di opere di questa artista mai fatta in Italia, allestita dentro Palazzo Pallavicini e visitabile fino al 19 luglio. Ben 187 fotografie che danno concretezza ai temi cardine del suo lavoro, ovvero il cinema, la dicotomia immobilità/movimento, il senso di spazio e tempo attraverso il linguaggio visivo, l’illusione magica dell’attimo in cui si scatta. Da ciò prende forma il suo corpus eterogeneo. Si parte coi ritratti, di celebri volti dello star system (ad esempio gli attori Marlon Brando, Lauren Bacall, Spencer Tracy, e i registi Vittorio De Sica e Alfred Hitchcock), di compositori e scienziati (Leonard Bernstein e Albert Einstein), tutti accomunati da un clima di complicità e sguardi magnetici. Dal ritratto si passa al brulicante paesaggio urbano newyorkese, con le sue strade frementi di vita quotidiana, popolare, di grigiore e vapore, di metallo e mattone; istantanee a volte catturate dall’alto, quasi a far in tendere un “chinarsi” sull’umanità e coglierne la semplice essenza. E poi le sequenze di fotogrammi, le scene al bar, la giovinezza, scorci di esistenza che ritornano in Orkin. Non poteva mancare in mostra la sua fotografia più celebrata, “Una ragazza americana in Italia”, che mostra una donna straniera in giro per strada a Firenze sotto lo sguardo interessato di alcuni uomini.
La recensione è tratta dal n. 21 di "Quindici" del 4 giugno 2026