crisi abitativa

La vicesindaca Emily Clancy (foto concessa dall'intervistata) 

 

«Il Comune è proprietario di 12mila appartamenti gestiti da Acer. Per la prossima primavera ci saranno duemila alloggi per più di cinquemila persone. Ma abbiamo anche in realizzazione 400 alloggi di edilizia sociale». Mentre Milano lancia un piano per l’abitare simile a quello presentato dal Comune di Bologna nel 2023 – quando il sindaco Matteo Lepore aveva annunciato la creazione di diecimila alloggi in dieci anni – abbiamo fatto un bilancio sulla crisi abitativa a Bologna con la vicesindaca e assessora alla casa Emily Clancy.

 

Sono passati tre anni da quando è stato lanciato il piano per contrastare l’emergenza abitativa a Bologna. A che punto siamo? 

«Abbiamo cercato di lavorare su più fronti. Da una parte intervenendo sull’edilizia residenziale pubblica, ovvero le case popolari a canone concordato, attraverso il programma “Sfitto zero”; abbiamo puntato sui condomini sociali e co-housing, il cui numero è quintuplicato dal 2021. Poi abbiamo creato un’agenzia sociale per l'Affitto, la “Fondazione Abitare”. Il diritto alla casa è la nostra priorità assoluta dall’inizio di questo mandato e la prima mossa è stata bloccare la vendita delle case popolari».

 

Quanti alloggi sono stati ricavati in tre anni? 

«La prossima primavera arriveremo appunto a duemila case popolari ristrutturate sulle 12mila di cui il Comune è proprietario, che sono gestiti da Acer. Abbiamo dato il via alla ristrutturazione tanto dello sfitto straordinario, fermo da decenni, che di quello ordinario che si liberava, nel ricambio tra una famiglia e l’altra. Abbiamo riqualificato 3.300 appartamenti dal punto di vista energetico. A oggi abbiamo ristrutturato 1.450 case, che hanno ospitato 4.000 persone. Nei prossimi mesi ne saranno pronte altre 500. Tra un anno arriveremo a 2.000 case per 5.000 persone. Raggiungendo così l’obiettivo dello “Sfitto zero”». 

 

Di cosa si tratta? 

«Significa che per la prossima primavera avremo smaltito tutto lo sfitto storico nel nostro sistema edilizio residenziale pubblico. Da quel momento noi avremo ogni anno solo lo sfitto che si libera nell'uscita di alcune famiglie e nell'entrata di altre, rimanendo in pari. È un risultato storico per Bologna e l’abbiamo ottenuto in un solo mandato. Ovviamente con molta fatica; per questo chiediamo un piano casa nazionale degno di questo nome, per poter portare avanti questa politica». 

 

E per le fasce di popolazione poco sopra la soglia di povertà, che non rientrano nell’edilizia popolare, ma sono comunque in difficoltà a sostenere i costi d’affitto? 

«Per loro stiamo realizzando diverse centinaia di appartamenti di edilizia sociale, alcuni già inaugurati. Tra questi il co-housing di via Fioravanti, composto da 15 abitazioni. Poi c’è il condominio sociale di via Barontini, 16 appartamenti, dove in collaborazione con l’Unibo sono stati inseriti anche alcuni inquilini studenti. A inizio luglio sarà inaugurata l’ex clinica Beretta in via XXI Aprile, più di 16 unità abitative. In tutto siamo a un centinaio di persone. E continuiamo a recuperare altri alloggi, come il progetto in via Capo di Lucca 22. Prima di questo mandato esisteva solo un’esperienza di co-housing in città. Dal 2021 abbiamo quintuplicato le forme di abitare collettivo. Tra queste rientra anche casa Carracci». 

 

Sono stati costruiti anche nuovi edifici? 

«Entro la fine del mandato saranno realizzati circa 400 appartamenti di edilizia sociale. Alcuni, come il Lotto G in via John Cage, composto da 33 unità, sono già realizzati e assegnati. Altri, come il Lotto H, 121 appartamenti, saranno pronti il prossimo anno». 

 

A Bologna ci sono 14mila appartamenti privati sfitti. Come lavorate in questo senso? 

«I proprietari spesso non affittano perché hanno timore di non percepire l’affitto, o non hanno i soldi per le ristrutturazioni. Qui entriamo in campo noi: il Comune ha realizzato un fondo di garanzia di cinque milioni di euro per coprire fino a 12 mensilità dell'affitto in caso di problemi di morosità incolpevole.  Poi c’è un contributo a fondo perduto di seimila euro per le cose minime che servono a rimettere in affitto un appartamento fermo da tempo. Inoltre, abbiamo speso in contributi diretti oltre 20 milioni di euro per chi ha reddito basso e fatica a pagare l’affitto».

 

A questo serve la Fondazione Abitare? 

«Si, è un’agenzia sociale per l’affitto che fa da ponte e garantisce sui due fronti. È un soggetto che fa da intermediario anche fra proprietari privati e inquilini che cercano casa». 

 

Considerando che questo è il lavoro di un solo mandato, è soddisfatta? 

«Si, anche se è difficile sostenere questo tipo di impegno nel tempo: la casa è stata la priorità assoluta di questo mandato, ma mancano fondi strutturali. C’è un’inedita alleanza tra le città su questo tema in tutta Italia, con un gruppo di assessore e assessori alla casa abbiamo fatto dieci proposte per un piano casa nazionale. A livello europeo facciamo parte di un gruppo di 21 città che si chiama “Mayors for Housing”, con cui abbiamo richiesto che anche l’Unione Europea tratti il tema della casa».