Musica

Tiziano Ferro sul palco del Dall'Ara (foto di Paolo Pontivi)

 

Forse solo andando a un suo concerto ci si rende conto di quante canzoni scritte e interpretate da Tiziano Ferro si conoscano. Tante, vicine al numero di quelle indimenticabili dei grandissimi della musica italiana contemporanea. Brani che il pubblico bolognese ha cantato a squarciagola allo stadio Dall’Ara, in quarantamila, moltissimi in coda fin dalle prime luci dell’alba, almeno tre generazioni sotto il sole cocente di giugno per accaparrarsi i primi posti davanti alla transenna. Giovani, meno giovani e anche qualche anzianotto, come Mario, di anni 74 mica da ridere, alle dieci del mattino del giorno del concerto già in fila in mezzo a una marea di adolescenti in visibilio. «Seguo Tiziano da quando ha mosso i suoi primi passi - dice - e non potevo perdermi questo concerto. È un grande artista e fa sempre piacere vederlo sul palco». Tutti fan italiani? Manco per scherzo. «Io vengo dal Brasile - dice uno - e ho preferito il suo concerto ai mondiali». «Io arrivo direttamente da Londra - dice un altro - ma il cuore e le mie origine sono laziali, come quelle di Tiziano». 

Uno show imponente, più di trenta brani in scaletta che ripercorrono le prime scanzonate composizioni ultra pop da teen idol, quelle più riflessive e strappalacrime, quelle che vogliono guardare dentro i propri difetti e in fondo ai propri imperdonabili errori, quelle della risalita. Un energico colpo di ballo accompagna le esibizioni del cantautore di Latina che sul placo ci sta a suo perfetto agio e qui ancora di più «perché Bologna - dice - ce l’ho nel cuore. Sono un vostro fratello, fin da quelle prime serate nei club qui in città. Vuoti, cantavo solo io. E adesso guardatevi. Questa serata è per voi».

Un flusso continuo di successi e di prime posizioni in classifica, da Non me lo so spiegare a Ti scatterò una foto, Ed ero contentissimo, Cuore Rotto, Sere nere, La differenza tra me e te. Un brano dietro l’altro, senza pause, senza soluzioni di continuità, senza grandi code finali strumentali. Le due ore e mezza del concerto volano via veloci, leggere. E anche Marco Mengoni, in tribuna d’onore, si scatena e applaude il collega. Appena in tempo per il boato che accoglie sul palco, accanto a Ferro, Elettra Lamborghini, nel commosso omaggio a Raffaella Carrà sulle note di E Raffaella è mia e Voilà, il brano presentato all’ultima edizione del Festival di Sanremo. Poi un altro omaggio, con Per dirti ciao!, dedicata all’amico Romano Montroni e subito dopo il palcoscenico diventa una infinita pista da ballo, con il dance spinto degli ultimi tre brani, Rosso relativo, Lo stadio e Xdono, con il pubblico che davvero non riesce a stare più seduto sulle tribune, si alza in un’unica grande ola e commosso Tiziano si prendere il suo riscatto. Come a dire “Tiziano fucking Ferro” impresso nella scritta della maglietta indossata sul palco dal diretto interessato. E forse non è questione di gusti, di snobismo e di intellettualismi.  Un artista si misura indubbiamente anche in proporzione a quanta sua opera abbia scavalcato le barriere dell’anonimato, diventando, nel caso della musica, un motivetto che si canticchia in auto, sotto la doccia, allo stadio. E in questo Tiziano Ferro è indubbiamente un artista. Che si mette in gioco, si prende anche un po’ in giro per mascherare la timidezza e l’insicurezza. Eppure ce l’ha fatta e ce la fa. Ed è anche credibilissimo, al di là delle sterili polemiche sul fiato corto, le stonature (pochissime e irrilevanti in realtà), i cori, le sequenze e gli echi.