Vacanze
Una spiaggia di Rimini a Ferragosto 1967 (foto dell'Archivio Davide Minghini)
Infinitamente, intramontabilmente, eternamente, spazialmente e temporalmente, qui e allora, finalmente Rimini, con i suoi ingressi da quell’autostrada che percorre la riviera adriatica giù fino all’incantevolezza del Gargano e del Salento, ingressi che sono la porta d’accesso agli anni ‘60 e ‘70 del secolo che sembrò infinito, con il luccicare degli affollati stabilimenti balneari frequentati da tutti gli angoli del mondo. Le biondissime germaniche, gli altissimi e vigorosissimi svedesi, lingua italiana tedeschizzata e tedeschi italianizzati, negli ingressi decandetissimi della vecchia doratura e impanatura, ingressi che così sono e così dovranno sempre essere. Arrivare a Rimini oggi è un salto quasi mortale verso quelle atmosfere, quelle luccicanze, quelle emozioni che forse non si provano più.
Patrimonio della memoria storica di una Romagna che imparò da sola e insegnò poi a tutti. Della piadina che scotta le dita e dei passatelli di quel mare che è paziente creditore di uomini alle volte sconsiderati nella smania del cemento e del prestito facile. Patrimonio dell’infantile e visionario sogno dell’Isola delle Rose, una piattaforma artificiale di quattrocento metri quadrati persa al largo dell’Adriatico e autoproclamatasi repubblica, ideale disarmante nel suo scopo di non si sa bene cosa, finita così dimenticata nei detriti sparsi sul fondale. Patrimonio di San Patrignano che oltre e più lontano dalle polemicucce e dagli scandalucci e dalle gravi insinuazioni ha accolto e spesso liberato da una schiavitù ben più terribile del ferro delle catene ventiseimila disperati ragazzi che non il futuro, e certo più tristemente il presente, neanche se lo immaginavano.
E Rimini, che vigila dimessa dall’alto dei suoi centocinquantamila abitanti su tutti i lidi e i pini della Riviera, per quell’imposto e avamposto passaggio tra la modernità di allora e l’immobilismo di oggi, quanto mai si sarà sentita obbligata, violentata, convinta e pentita di una scelta? Magari tra un’afflizione e un’inquietudine di Federico Fellini, che dormì i sogni della sua infanzia tra le quattro colonne del letto a cui aveva dato il nome dei quattro cinema della sua città e allora forse si comprende perché quella scelta Rimini non potrà mai farla. Lasciare e rilasciare continuamente quel profumo di verità e spensieratezza, “ma voi che siete a Rimini, tra i gelati e le bandiere non fate più scommesse sulla figlia del droghiere” e lasciare le buche, ma si, gli intonaci che vengono via, le insegne di sporting e di Villa Rosa e di bagni Sirena, Arcobaleno e Tiki, di National, Embassy, piadine e Peter Pan? E mai un dubbio che non fosse davvero così, che ci fosse la necessità di non cambiare, di non perdersi e porgersi alle logiche del lussetto volgare, della cucina francese e delle mezze porzioni e del takeaway, delle mezze calzette del fast food con i McDonalds che in centro e sui lidi non ci sono, relegati sulla Flaminia di abusi e contusi.
Allora evviva il bambino nella piccola fontana dietro piazza Cavour, la Pigna, il palazzo dell’Arengo, Castel Sismondo, Piero della Francesca nel Tempio Malatestiano, il Grand Hotel e il ponte di Tiberio, passeggiate dello shopping balneare e balenare di emozioni, di amori passeggeri e di baci rubati e tanti commossi saluti di fine stagione. Ben si capisce perché mai Rimini non potrà mai scegliere se cambiare o restare, se guardare o non toccare, e tocchi pure tutto il nostro passato e quello che è stato e non badi ai difetti, alle apparenze e agli intenti di chi vorrebbe ma non può, lei che può, così ancora eternamente e infinitamente Rimini.