Il Quindici

Il Premio Nobel Dario Fo (foto da Licenze Creative Commons)

 

Dario Fo, il giullare contemporaneo, lo strillone di quel “Paese dei misteri buffi” che è l’Italia. È possibile fare il sunto della vita di un uomo, o meglio un artista, che è stato tutto, che ha fatto di tutto? Certamente sì, ma quanti dettagli succosi sul suo conto si perderebbero fra i capitoli degli anni, dei successi e delle difficoltà. Eppure qualcosa si può e si deve ricordare eccome di Fo. Ad esempio l’essere stato un maestro innovatore del teatro novecentesco, con uno sguardo debitore rivolto al passato. Si può ricordare il Fo uomo di teatro a tutto tondo, in quanto drammaturgo, attore, regista, scenografo, con sempre al fianco la mirabile attrice Franca Rame, sua moglie e musa. E non dimentichiamo pure il Fo scrittore, pittore e attivista, dando prova così di una maestria in vari ambiti mai slegati, bensì accomunati dagli stessi stilemi e dalla stessa ardita passione. Fo è scomparso dieci anni fa, il 13 ottobre 2016, qualche mese dopo aver compiuto il novantesimo compleanno, il 24 marzo. Quest’anno dunque cadono due anniversari, il centenario dalla nascita (appena passato) e il decennio dalla morte. Un’esistenza frenetica, una vita “all’improvvisa”, per dirla alla maniera di Franca Rame, che con Fo è stata sul palco praticamente fino all’ultimo, in nome della pura arte scenica. Un’avventura che, dalla provincia di Varese lui (era nativo di Sangiano) e dalla provincia milanese lei, si è diramata ai teatri di tutto il mondo, grazie a opere impregnate di comicità, satira sociale, impegno politico di sinistra, strizzando l’occhio alla Commedia dell’Arte, il vecchio teatro popolare italiano del XVI secolo, basato sulle antiche maschere stereotipate (Arlecchino in primis) e sull’improvvisazione, tipica persino dei giullari medievali. Uno stile insomma unico che ha riproposto il vecchio in chiave contemporanea, dandogli una faccia nuova, certamente scomoda per i potenti, come recita la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura consegnato a Fo nel 1997, sesto e ultimo autore italiano a riceverlo: «Seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Nel mezzo del cammino di questa vita pittoresca non poteva mancare un po’ di bolognesità. È impossibile negarlo, la storia di Dario Fo e Franca Rame e quella di Bologna si sono intrecciate più volte. Un’affinità che si è basata molto sulla stessa sensibilità “rossa”, come si direbbe in passato, sullo spirito di ribellione, su un sentimento politico attivo, acceso, vicino agli studenti, agli operai, nutrito dalle lotte civili e dalle manifestazioni. Questo idillio comincia dopo la cacciata di Fo e Rame da “Canzonissima” e dalla Rai in generale a inizio anni Sessanta, causa i loro sketch considerati “scomodi”. Tale fatto porta i due alla scoperta di un nuovo modo di fare teatro, un teatro di lotta e denuncia, realizzato dentro i circoli Arci (l’Associazione ricreativa culturale italiana) e le case del popolo. Iniziano a bazzicare luoghi tipo la Casetta rossa di via Bastia o La Comune di via Jussi a San Lazzaro di Savena, dove in quest’ultima Fo mette in scena “Morte accidentale di un anarchico” – sulla figura dell’anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato nel 1969 di essere stato l’autore della strage di Piazza Fontana a Milano – e “Pum, pum! Chi è? La polizia!”, opera in cui si dà spazio a una finta irruzione delle forze dell’ordine e il pubblico rimane impressionato e stranito, credendo fosse una vera retata. Inoltre, nel 1968, anno spartiacque di ribellione nei confronti dei vecchi modelli educativi e culturali, Fo fonda a Milano la compagnia teatrale stabile Nuova Scena, poi in mano all’attore e regista bolognese Vittorio Franceschi, che una volta chiusi i rapporti con Dario e Franca la trasformerà in una cooperativa e ne sposterà la sede a Bologna nel 1972, mettendo radici in via Giambologna, dentro una sede Arci. E Bologna si ricorda bene di quello straordinario e arzigogolato spettacolo che è “Mistero buffo”, indubbiamente il capolavoro di Dario Fo, la sua giullarata popolare venuta alla luce nel 1969. L’opera è un insieme di monologhi che trattano di episodi biblici o dei Vangeli apocrifi e di personaggi vissuti nel Medioevo. Tutto recitato in una lingua reinventata, il grammelot, consistente in una tecnica onomatopeica che dà l’idea di enunciare parole che in realtà sono pseudoparole, come a formulare un linguaggio immaginifico, che nel caso di “Mistero buffo” ripropone alla sua maniera gli antichi dialetti padani. Un linguaggio divertente e praticamente incomprensibile, che però diviene intendibile attraverso la visualità di facce, smorfie e gesticolazioni. La prima nel capoluogo emiliano-romagnolo risale al 1971, al Palasport di Piazza Azzarita, stracolmo di operai di una vetreria in fase di chiusura. Tra le iniziative di quell’occasione c’è la vendita di quanti più scatoloni di bicchieri possibili in modo da dare una mano ai lavoratori. Vengono venduti tutti. Una seconda volta è a Piazza VIII Agosto nel settembre del 1977, davanti a una folla oceanica di studenti in segno di protesta contro ogni forma di repressione del dissenso; un avvenimento seguito all’uccisione del militante di Lotta Continua Francesco Lorusso, a marzo dello stesso anno, morto a causa di un proiettile sparato da un carabiniere durante i disordini di una manifestazione. Dario Fo, Bologna e l’anima del post Sessantotto, un connubio perfetto che ha mostrato la sete di un mondo nuovo, di costumi nuovi. Senza ombra di dubbio parliamo di uno spaccato temporale che rende evidente la potenza e l’influenza dell’arte nella società. Fo davanti a quegli studenti in piazza recitò scene come la resurrezione di Lazzaro e la processione di Papa Bonifacio VIII, dando fiato a vere e proprie metafore della contemporaneità. Il rapporto con la Turrita non verrà meno neanche nei periodi successivi. Altri esempi della presenza e dell’operato del futuro Nobel sono la lezione sull’essere attore al Centro universitario della Soffitta, a inizio anni Novanta, e poi, nel 1995, la messa in scena del monologo “Il tumulto di Bologna” (riproposta artistica di una battaglia popolare sotto le due Torri in epoca medievale) all’Arena del Sole, gestita, guarda caso, da Nuova Scena. Non dimentichiamo l’inserimento di diverse sue opere nei cartelloni dell’Arena del Sole, del Duse, e le regie liriche al Teatro Comunale. Infine, arriviamo alla data del 20 dicembre 2011, questa volta al Teatro delle Celebrazioni: è l’ultima di “Mistero buffo” a Bologna, Dario e Franca insieme sul palco, la loro vita, un pochino attempati ma ancora irriverenti, ancora capaci di far sorridere e riflettere. È l’addio artistico di Franca Rame alla città, scomparsa nel 2013 nella sua casa milanese a 83 anni. Ecco dunque gli omaggi di Dario Fo a Bologna, la sua eredità, cioè un teatro di popolo per il popolo, dove il comune senso di giustizia non allontana davanti ai soprusi di quei potenti che pensano di controllare anziché governare. Non si può dire, a conti fatti, che la sua parabola esistenziale sia stata breve e noiosa, anzi è stata tutt’altra cosa. Dall’epoca del film “Lo svitato” di Carlo Lizzani (1956), in cui recita, ancora semisconosciuto, al fianco di Franca, di tempo ne è passato, nel mezzo la nascita di pièce indimenticabili, raccolte e pubblicate in seguito da editori del calibro di Einaudi e Guanda: “L’uomo nudo e l’uomo in frak”, “Gli arcangeli non giocano a flipper”, “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe”, “Settimo: ruba un po’ meno”, i già citati “Mistero buffo” e “Morte accidentale di un anarchico”, “Non si paga, non si paga!”, “Johan Padan a la descoverta de le Americhe” e “Il diavolo con le zinne”. E sono solo alcuni dei più celebri e celebrati tra i tantissimi spettacoli, pochi capitoli di una storia di teatro davvero voluminosa. Produzioni che si sono portate dietro i guai con l’ordine costituito, con i governi. Difficile fare un calcolo del numero di querele, censure, porte sbattute in faccia che la coppia Fo-Rame ha ricevuto durante la carriera, contornata dalla fede comunista e dal supporto, tra le altre cose, agli operai in difficoltà negli anni di Piombo attraverso la struttura organizzata del Soccorso rosso militante.

Gli ultimi anni sono stati dedicati parecchio alla scrittura “tradizionale”, alla stesura di libri. Titoli che riprendono sempre i messaggi ormai tipici del personaggio Fo, messaggi di coraggio, di denuncia, cavalcando le epoche, come nel caso de “La figlia del papa” (Chiarelettere), suo primo romanzo, con protagonista Lucrezia Borgia. Libri sempre illustrati da lui, la cui mano non ha mai smesso in nove decenni di dire addio alla matita e al pennello, sfornando una produzione di bozzetti, acquarelli e dipinti impressionante. Dario Fo era innanzitutto un pittore, prima ancora di essere un attore e un drammaturgo; questa è cosa che ha ribadito più volte, ci teneva a ricordare alla gente che era nato pittore, non uomo di teatro. Un pittore fantasioso e raffinato, alla maniera turbolenta, veloce, schizzata, tipica del suo carattere estroverso. Ammiratore del pittore ebreo russo naturalizzato francese Marc Chagall, i soggetti di Fo si ispirano tanto ai toni fiabeschi del suo idolo, offrendo però una tecnica mista, briosa e originale nella mescolanza dei materiali, e sfruttando l’uso di colori accesi che danno un “fiume” di vita a scene agitate, quasi orgiastiche nella complessità di realizzazione. In sostanza, i dipinti di Fo sono lo specchio del suo teatro, trattenuto dalle maglie delle tele, ma vivo e parlante, pieno dei soliti lazzi e sberleffi. A ricordare a InCronac@ una figura così colorata e istrionica, a 100 anni dalla nascita e a dieci dalla morte, non poteva che essere il suo unico figlio, Jacopo, anch’egli attore, comico e scrittore, erede spirituale dell’essenza dell’indissolubile coppia Fo-Rame. «Sarò sempre grato a mio padre, mi ha sempre detto di fare quello che voglio, che non vuol dire stare sul divano e non fare un cazzo, ma trovare una passione e farla tua, dedicarti a essa, ogni giorno. Lui e mia madre non hanno mai smesso di lavorare un solo giorno nella loro vita, e io lo stesso», dichiara orgogliosamente. E sulle avventure di Dario in quel di Bologna? Jacopo Fo racconta di un aneddoto alquanto spiritoso: «Un ricordo bello che ho di mio padre a Bologna riguarda un suo spettacolo dedicato a una guerra in territorio bolognese. In quel fatto storico del passato molti giovani bolognesi morirono, ci fu un’insurrezione da parte del popolo contro i nobili e i vescovi, i quali impauriti si arroccarono nella cittadella, provvisti di armi, cibo e acqua in gran quantità, potevano resistere mesi. Allora la popolazione ebbe una genialata, cioè lanciare merda contro la cittadella tramite catapulte e fionde. Al terzo giorno i potenti si arresero. Mio padre fu preso in giro dai professori universitari, dicevano che quell’episodio non era mai avvenuto, poi uno disse che bastava leggere gli annali di Bologna per scoprire che invece era tutto vero. Fu molto esilarante». Lo spettacolo in questione è il monologo “Il tumulto di Bologna” del 1995, divenuto famoso appunto per il racconto dell’iconica “battaglia della merda”. L’osceno popolare che si tramuta in sacra lotta, la beffa che rivela verità. È la magia dell’impavida arte del giullare Nobel.

 

L'articolo è tratto dal n. 18 di "Quindici" del 23 aprile 2026