La vertenza
Una pila di giornali (foto Ansa)
Sono passati dieci anni da quando il contratto nazionale dei giornalisti è scaduto. Dieci anni di crescenti tensioni politiche, guerre, inflazioni, e una sempre più imprevedibile rivoluzione digitale, che ha alimentato quel flusso di disinformazione e fake news sul web che i giornalisti, sempre più in sofferenza sulle tutele lavorative e con salari inadeguati, non hanno potuto raccontare con la giusta autorevolezza. Oggi i cronisti dipendenti, forti di un contratto che renda più stabile la loro posizione, sono tredicimila, mentre sono 100mila gli iscritti all’albo, comprendendo i pubblicisti. Sono invece oltre 5.000 i collaboratori costretti a lottare per ottenere quel posto tanto desiderato in una redazione, poche di più le partite Iva, alla costante ricerca di maggiori garanzie lavorative e, soprattutto, che venga riconosciuto il loro lavoro. Numeri che fotografano lo scarso stato di salute dell’informazione, in un Paese dove la libertà di stampa è sempre debole e troppi potenti preferiscono comunicare direttamente sui social, evitando le interviste. Motivi che spiegano perché i giornalisti abbiano deciso oggi, 16 aprile, di incrociare le braccia per la terza volta in pochi mesi, con un comunicato diffuso della Fnsi, la Federazione nazionale della stampa italiana, in cui si spiega come, non a cuor leggero, sia giusto sacrificare un giorno di paga per difendere il cuore pulsante della democrazia. La Fieg, la Federazione italiana editori giornalisti, replica nella sua nota che la sfida dei mercati impone scelte diverse da quelle passate.
Sono tante le motivazioni che hanno spinto la Fnsi a supportare la protesta. Un mancato regolamento sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la totale inesistenza di un equo compenso e la presenza di tanti, troppi redditi sotto la soglia di povertà. Ma la principale motivazione che si nasconde dietro la protesta è quella relativa ai finanziamenti pubblici di cui hanno potuto godere gli editori in questi dieci anni, mentre nessuno di questi investimenti è stato devoluto in stipendi per i giornalisti. Dall’altra parte, anche gli editori hanno aderito allo sciopero, ribadendo di non essersi mai sottratti ad alcun confronto e di non aver mai abbandonato il tavolo negoziale. Per questo motivo gli editori, come si apprende dal loro comunicato, hanno proposto al sindacato di affrontare la sfida della modernizzazione del settore, spiegando come, pur avendo chiare le necessità dei giornalisti, il mercato e una realtà economica italiana sempre più complessa, impongano delle nuove e crescenti sfide.
Una situazione delicata, sulla quale si è espresso anche Paolo Amadasi, il presidente dell’Aser, l’associazione della stampa dell’Emilia-Romagna, che ha posto la lente d’ingrandimento sui tanti cambiamenti che il mondo ha affrontato negli ultimi anni. «In questi dieci anni l’editoria ha dovuto affrontare tante sfide e trasformazioni, dall’avvento del digitale a uno scenario globale completamente rivoluzionato, in cui il potere d’acquisto dei giornalisti si è ridotto notevolmente. Situazioni che hanno reso più complicato tutelare il lavoro dei cronisti, la cui funzione va però assolutamente rispettata». Per questo motivo l’Aser, emanazione regionale della Fnsi, sta portando avanti una serie di iniziative: «Stiamo cercando di intavolare tutta una serie di trattative che possano portare a un miglioramento di questa situazione. Abbiamo anche organizzato delle manifestazioni, come quella di oggi a Verona, che ha visto la partecipazione di figure attinenti non solo al giornalismo ma anche alla politica». «Le iniziative da parte nostra non mancano - ha continuato Amadasi - ma questa trattativa porta con sé uno scoglio principale, quello di avere finanziamenti che arrivano agli editori ma non ai giornalisti, e quindi nemmeno al prodotto che va in edicola». «Il sindacato - ha aggiunto - si è anche detto disponibile a trattare su tutti gli altri temi, però non si può rinunciare ai propri diritti solo per avere pochi soldi in più nella tasca». Da questo punto di vista serve, secondo il presidente dell’Aser, fare affidamento anche sull’opinione pubblica, che è «consapevole del ruolo fondamentale svolto dal giornalismo, così come lo sa anche la politica, pur facendo fatica ad ammetterlo. Serve però aiutare le persone a distinguere tra chi scrive il proprio pensiero e chi fa davvero informazione, tutelando una comunicazione autorevole e affidabile». «Queste giornate del silenzio - ha concluso Amadasi - ci servono per chiedere che venga restituito al nostro lavoro un valore economico. Solo così potremo avere dei veri giornalisti e non dei semplici “taglia e incolla”, riportando la qualità al centro dell’informazione e facendo tornare le persone ad affezionarsi a questo mondo».
Un mondo sempre più in crisi, sul quale ha detto la sua anche il presidente dell’Ordine regionale dei giornalisti Silvestro Ramunno, che ha indicato due fattori principali alla base di questo mancato rinnovo. «Il primo - ha spiegato Ramunno - è di natura economica, dato che gli editori sono stati travolti dalla crisi, portando i giornalisti a essere meno pagati e a perdere il 20% del loro potere d’acquisto. Il secondo riguarda invece la mancata regolamentazione dell’intelligenza artificiale, così come l’incapacità di attrarre le persone verso prodotti di informazione a pagamento». «Gli editori hanno perso un’occasione - ha continuato il giornalista - per cui hanno cercato delle scorciatoie come i prepensionamenti e il taglio dei costi, ma ragionando così, senza una vera prospettiva, diventa anche difficile restituire dignità a questa professione». Secondo Ramunno, per avere una buona informazione è essenziale «avere giornalisti autonomi e indipendenti, non ricattabili e con delle garanzie. Solo così i lettori si possono fidare, innescando quel meccanismo virtuoso che potrebbe ridare slancio al settore». Ma soprattutto, secondo il presidente dell’Ordine, il giornalista «non deve fare disinformazione sulla disinformazione, cercando di correggere quel paradigma che vede le persone cercare ciò che conferma il loro pensiero, al posto di ciò che è vero». Un altro tema che si pone è quello relativo all’opinione pubblica, che ha «migliorato la propria attenzione sulla necessità di avere dei giornalisti che si pongano come intermediari, anche se questa urgenza non è ancora penetrata fino in fondo nella società. Alcuni politici e istituzioni hanno riconosciuto questa necessità, ma è chiaro che c’è ancora tanta strada da fare».