La vertenza

Una manifestazione della Federazione nazionale della stampa italiana (foto Ansa)

«Serve governare l’intelligenza artificiale, investire sui giornalisti e lasciare spazio ai giovani che possono dare slancio a questo settore. Ma soprattutto bisogna convincere i lettori a cercare un’informazione di qualità e a pagamento, in modo da avere quelle risorse necessarie per restituire dignità alla categoria». Nel giorno in cui i giornalisti incrociano le braccia per la terza volta in pochi mesi, lottando per avere un rinnovo di contratto che manca da dieci anni e che riconsegni all’informazione il ruolo chiave di presidio della democrazia, Matteo Naccari, firma bolognese del “Resto del Carlino” e segretario aggiunto della  Fnsi, la Federazione nazionale della stampa italiana, indica la strada che la stampa e non solo dovrebbero seguire per restituire al giornalismo quel ruolo di “quarto potere” in grado di guidare e proteggere l’opinione pubblica. 

Naccari, il contratto nazionale dei giornalisti è ormai scaduto da dieci anni. Che cosa sta facendo il sindacato della categoria per ottenere questo rinnovo, ormai quasi insperato? 

«Oggi, come Fnsi e Associazione Stampa dell'Emilia-Romagna, siamo a Verona per una manifestazione che riguarda tutta Italia. Gli editori hanno proposto un aumento contrattuale ridicolo, ma dobbiamo ricordarci che la nostra non è solo una rivendicazione economica ma di prospettiva, per una categoria che ancora ha un contratto vecchio e non ammodernato. Bisogna tutelare l’autonomia dei cronisti, ma anche i nuovi giovani che vogliono accedere alla professione». 

Perché, in una trattativa durata così tanto tempo, non si è mai stati neanche vicini a un accordo per il rinnovo?

«Noi abbiamo chiesto 250 euro lordi in più al mese, mentre gli editori propongono 150 euro al mese, distribuiti in tre anni. Abbiamo anche proposto che il contratto venga lasciato così com’è e che venga istituita una commissione per riscriverlo e renderlo più moderno in tre anni, ma è chiaro che di fronte a una forbice così alta in termini di stipendio è difficile giungere a un accordo. Questo è lo scoglio più ampio». 

Lo Stato ha cercato di mettere una pezza con i prepensionamenti…

«Pensare che prepensionando si possano mettere a posto i conti è assurdo. Per questo stiamo cercando di far sì che a ogni prepensionamento corrisponda l’ingresso di un nuovo assunto, mentre oggi il rapporto è di due a uno. Anche perché non basta che questa procedura sia finanziata dallo Stato, dato che in questo modo le redazioni si svuotano. Dobbiamo però essere fiduciosi, perché la possibilità di fare un’operazione di questo tipo c’è».

Che cosa sta facendo allora il sindacato e qual è la la garanzia maggiore che bisogna dare alla categoria?

«La protesta che stiamo facendo è anche per avere un equo compenso e vedere tutelata la nostra dignità, dai più giovani ai giornalisti che vengono prepensionati. I giornalisti sottopagati non sono liberi, perché non hanno nemmeno la tranquillità per approfondire e fare un’informazione che vada in profondità su ogni tema. La maggiore garanzia da dare ai cronisti è quella di restituire loro la possibilità di dire no».

Che idee proponete da questo punto di vista? 

«Quando ci sediamo al tavolo portiamo sempre delle proposte. Prima di tutto, abbiamo chiesto un aumento di stipendi per i  tredicimila giornalisti assunti e tutele anche per chi svolge la professione in categorie più deboli, come i diecimila freelance e precari, per cui abbiamo rivendicato migliori salari e tutele. Ma penso anche ai collaboratori che si vedono pagato un pezzo a quattro o cinque euro lordi, una paga da sfruttamento».

Su che cosa bisognerebbe intervenire per prima?

«Da questo punto di vista, abbiamo chiesto di eliminare i co.co.co (i contratti di collaborazione coordinata e continuativa), dato che spesso quelle risorse professionali vengono utilizzate come veri e propri redattori. La fortuna è che quando abbiamo evidenziato in tribunale situazione come queste abbiamo sempre avuto ragione. Questo dimostra che le vertenze servono». 

Quanto è importante l’informazione in un periodo storico in cui circolano fake news, si fa difficoltà a capire cosa accade nei conflitti e i politici sfoggiano una retorica sempre più populista?

«Un punto fondamentale della protesta è che l’informazione è un bene pubblico, tanto da essere finanziata in diverse forme. Il problema è che quelle risorse non vengono mai convertite in stipendi, che sono stati erosi sempre di più dall’inflazione. Serve un contratto che tenga conto di come il mondo è cambiato, una vera transizione al digitale e soprattutto una prospettiva concreta di futuro». 

La qualità del dibattito pubblico ne ha risentito?

«Essendo venute a mancare tutele a tutto tondo per i giornalisti, la qualità dell’informazione si è drammaticamente abbassata. In più, gli editori non hanno mai fatto proposte per migliorare questa situazione, ragionando solo in un’ottica di contenimento dei costi e di tagli. Speriamo che, da questo punto di vista, i nuovi editori come Leonardo Maria Del Vecchio o il nuovo proprietario di Gedi, abbiano uno slancio con nuove idee e investimenti per il futuro dell’intero settore». 

Cosa si può fare per migliorare il prodotto dell’informazione?

«In un'epoca in cui puoi sapere in tempo reale cosa avviene dall’altra parte del mondo, serve restituire spazio e dignità alla cronaca locale di qualità, che proprio i cittadini chiedono in prima persona. Non si possono avere prodotti di informazione locale fatti in una redazione unica a 100 chilometri di distanza. I giornalisti devono vedere le cose con i loro occhi, soprattutto in un Paese che ha sempre avuto un quotidiano per città». 

I contratti pirata sono un problema?

«Queste forme contrattuali chiaramente incidono, ma bisognerebbe soprattutto intervenire sulla precarizzazione e sulle forme ibride come i co.co.co che andrebbero abolite, lo dico come categoria. Serve anche che chi ha un contratto e possiede già delle tutele, intervenga a favore di chi non le ha».