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Vincenzo Colla (foto Ansa)

 

«Il pericolo per le imprese emiliano-romagnole è la cassa integrazione». Il vicepresidente della Regione Vincenzo Colla esprime preoccupazione per l’economia per il perdurare della guerra in Iran e della situazione critica legata alla fragile tregua, già in qualche modo infranta da Israele con l’attacco a Beirut, in Libano.

 

 Vicepresidente, sembra esserci una diversità di intenti tra Stati Uniti e Israele. Da una parte il tentativo di tregua, dall’altro l’attacco in Libano. Come la vede?

«Netanyahu sta diventando ancora più insopportabile di prima. Pensa di radere al suolo tutto e fare “la grande Israele”. Lo ha già fatto con Gaza, ora pensa di poterlo fare con il Libano. Per l'Onu è un criminale di guerra e la sua impostazione di rompere così la tregua è inaccettabile. Per quanto riguarda Trump, mi pare che il suo unico progetto sia quello di far soldi. Chi sta guadagnando da questo scenario sono le major petrolifere americane, ed è noto il rapporto del Presidente con loro. C’è sempre qualcuno che trae guadagno dalla guerra, ma se questo diventa guadagno soggettivo e personale non solo è inaccettabile, è un fatto inedito che rompe qualsiasi schema di rapporto democratico nelle relazioni in Occidente».

Qual è l’impatto peggiore che sta avendo questa situazione di caos, in un pendolo tra pace e guerra?

«Il più grande impatto visibile è che si sta creando un’incertezza nei sistemi dei consumi e degli investimenti. In questo scenario ci sono alcune piste di lavoro che, se questa guerra non si ferma, bisogna perseguire: operazioni straordinarie che siano in grado di mantenere liquidità dentro il sistema industriale».

Per esempio?

«La moratoria dei prestiti. Non crea un buco di bilancio, sposta solo in avanti il pagamento delle rate dei mutui contratti con una banca, come fatto per il Covid. Sarebbe una risposta molto importante al sistema delle imprese: se devono fare un investimento, possono senza problemi, perché conservano la liquidità per attuarlo».

Non si rischia di arrivare a una situazione di sviluppo zero?

«Se la guerra dovesse perdurare, sì. L’Italia è in una situazione in cui l’energia le costa cinque volte in più della Spagna, tre volte di Francia e Germania. Essendo il nostro un Paese trasformatore, che deve prendere le materie prime e l’energia dagli altri, è evidente che sia lo Stato che rischia di più in Europa. Se i prezzi rimangono così, andiamo in auto-avvitamento… I pericoli più alti, per il nostro territorio, sono quelli per le piccole e medie imprese».

Come si declina questo in Emilia-Romagna?

«Il 90% delle nostre imprese ha fino a 15 dipendenti. Per operare sono soggette a esposizione bancaria per finanziare investimenti e prodotti. Se con l’aumento del costo dell’energia aumenta quello delle commesse, è evidente che non si può lavorare in perdita. Lì c’è il rischio di cassa integrazione. Se proseguo comunque nella produzione, rischio di farlo in perdita».

Cosa ne pensa dei razionamenti del carburante in alcuni aeroporti, tra cui Bologna?

«Spero ci siano le condizioni per rifornirli. Il blocco creerebbe una situazione critica non solo per il turismo. Gli affari si fanno anche con le relazioni con gli altri. Se si fermano gli aeroporti, si blocca il più grande modello di relazioni internazionali che ha questa regione».

Cosa ha in mente la Regione?

«Abbiamo tanti bandi aperti. Per il finanziamento delle filiere, per la certificazione dei prodotti anche sulla quella della sostenibilità. E poi uno anche a sostegno di chi assume a tempo indeterminato i laureati, che dobbiamo tenere nel nostro Paese. Altrimenti avremo prodotti precari in un territorio precario».