Il quindici
Particolare della locandina del film (immagine Ansa)
Catturare il reale senza artifici, una “politica autoriale” oltre i progetti della sceneggiatura, costi bassi, scarse attrezzature, attori non professionisti, la rottura con la tradizione. In poche parole gli elementi insiti nella trama di “Nouvelle Vague”, l’ultimo film di Richard Linklater. L’essenza del movimento cinematografico francese omonimo nato a fine anni Cinquanta, la “nuova onda” che travolse la concezione dell’epoca della settima arte, ritorna nelle sale in questa pellicola fondata sull’ammirazione. Un omaggio che si concretizza nel racconto della realizzazione del manifesto della Nouvelle Vague, “Fino all’ultimo respiro” (“À bout de souffle”), del 1960, prima creazione di un giovane critico cinematografico dei “Cahiers du cinéma”, Jean-Luc Godard. Il film che questo bizzarro regista cerca di realizzare è la storiella di un’infatuazione spicciola dalle tinte noir, ma il plot non conta. Ciò che Godard – e Linklater – vuole mostrare è la tecnica, la disconnessione fra le scene girate, i tagli dei silenzi fra i dialoghi, quindi lo stile indipendente del regista-artista, un autore mosso soltanto dall’ispirazione improvvisa. Ecco l’estetica di Godard, ecco la celebrazione di Linklater, in cui rivive l’affascinante Parigi del tempo, quella dei bar e della filosofia al bar, dei grandi cineasti della nuova “scuola” di pensiero (Truffaut, Varda, Chabrol) e degli attori Seberg e Belmondo, distanti eppure perfetti complici. “Nouvelle Vague” è un’opera misterica grazie ai suoi fotogrammi in bianco e nero, è magnetica come lo sguardo di Belmondo che guarda in camera mentre boxa, o come Godard stesso, occhiali da sole e sigaretta alla mano. È una pellicola briosa, ti mangia proprio il respiro, e la recitazione è accettabile nella sua spontaneità, ovvero non è eccezionale ma ricalca la visione del movimento e di “À bout de souffle”. Traspare bene, pertanto, il messaggio del genio di Godard: non esiste un film impossibile da realizzare, poiché ogni cosa è realizzabile.
La recensione è tratta dal n. 16 di "Quindici" del 26 marzo 2026