addio magnifico

Il giurista Marco Cammelli (foto concessa dall'intervistato)

 

«Ricordo bene che era bravo ed era attendibile, questo è il motivo per cui andai da lui e non da altri a fare la tesi di laurea». Sono queste le parole che Marco Cammelli ha riservato ai microfoni di “InCronac@” sulla figura di rilievo di Fabio Roversi Monaco, per quindici anni Rettore dell’Alma Mater, scomparso venerdì scorso e i cui funerali sono stati celebrati oggi, prima all’Aula Magna di Santa Lucia e poi dentro la Cattedrale di San Pietro, alla presenza dell’Arcivescovo Matteo Maria Zuppi, che ha officiato la cerimonia, e di altre personalità accademiche e istituzionali. Cammelli, professore emerito di Diritto amministrativo all’Alma Mater, ex preside della Facoltà di Giurisprudenza ed ex presidente della Fondazione no profit del Monte, dopo aver parlato del Roversi Monaco personaggio pubblico alle esequie laiche in Santa Lucia, racconta adesso il lato personale dell’uomo che è stato suo amico e collega. Non a caso il “principe dei rettori” vedeva in lui l’erede perfetto in grado di prendere il suo posto al rettorato, poi andato invece all’ingegnere e docente Pier Ugo Calzolari.

Professore, lei conosceva da tempo Fabio Roversi Monaco. A quando risale il primo incontro?

«Sì, possiamo parlare certamente di un lungo trascorso personale con Roversi Monaco. Io sono stato il primo a laurearmi con lui, quando ancora era un assistente con incarico sotto docenza e con tutti i problemi che i giovani professori dovevano affrontare allora. Ecco il nostro primo incontro».

Un ricordo dell’ex rettore?

«Rammento che era bravo ed era attendibile, questo è il motivo per cui andai da lui e non da altri a fare la tesi di laurea».

Qual è secondo lei il lascito più importante che ha riservato all’Alma Mater e alla città?

«Di cose importanti ne ha fatte parecchie. A me pare che quella più sottotraccia e però più preziosa della sua eredità sia questo senso dell’autonomia e della responsabilità, che l’autonomia inevitabilmente richiede. Noi siamo in piena età di conclamazione di diritti e aspettative più o meno legittime, ma non ci sono diritti, non c’è autonomia senza correlativamente responsabilità, e senza rendere conto di quello che si fa. Questo è un aspetto che rimane sullo sfondo nelle persone, nei gruppi e a volte nelle istituzioni. E non va bene».

Come dovrebbero celebrare, Bologna e le sue istituzioni, una figura di rilievo come quella di Roversi Monaco?

«Con rispetto dovuto verso chi le dà e chi le riceve, le onorificenze per me sono l’ultima delle cose di cui possiamo preoccuparci. Se ci sono bene, se non ci sono è lo stesso. Roversi viaggia a un livello diverso. Capisco che qualcuno possa chiedere conto di questo, ma è l’ultima cosa che chiederei io».