L'intervista

L'avvocato bolognese Giorgio Gjylapian (foto concessa dall'intervistato)

 

Domani mattina, alle 10, si terrà al Tribunale di Roma, davanti al giudice per le indagini preliminari, l’udienza sulla richiesta di archiviazione delle indagini sulla strage di Ustica, avvenuta la sera del 27 giugno 1980, quando un Dc-9 della compagnia Itavia si inabissò nelle acque del Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica. Tra coloro che si oppongono alla richiesta della Procura della Repubblica c’è l’avvocato bolognese Giorgio Gjylapian, che si dedica al caso fin da quel giorno di 46 anni fa in cui accompagnò all’aeroporto di Bologna due persone care. Gli abbiamo parlato a proposito della sua ipotesi della turbolenza di scia, dovuta al passaggio di un aereo militare in esercitazione, come causa del collasso del velivolo.

Domani è prevista l’udienza sulla richiesta di archiviazione. Lei si oppone a questa eventualità.

«Sì, grazie all’aiuto e al patrocinio degli avvocati Giovanni Donati e Gianluca Lombardozzi ho ripresentato al Gip una precedente memoria, basata sugli atti processuali vecchi e nuovi. Da questi esiti mi sembra che l’ipotesi della turbolenza di scia avanzata dalla Procura sia da condividere. Non credo però si trattasse di un episodio di battaglia aerea, con o senza la presenza di Mig libici (un Mig è un caccia monomotore, ndr). Ritengo invece che l’aereo civile sia finito in mezzo a un’esercitazione di attacco simulato sull’aeroporto di Marsala, denominata “synadex”, tramite la quale i piloti militari si addestravano ad attaccare determinati bersagli e gli avieri a terra a prendere le relative contromisure».

Su quali basi si muove la Procura di Roma?

«La Procura si è attivata in seguito alle dichiarazioni del Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, il quale nel 2007 raccontò di essere stato informato dai servizi segreti che un missile partito da un aereo francese, diretto verso un velivolo libico forse con a bordo il dittatore Gheddafi, per una fatalità colpì il Dc-9. In seguito, secondo quel racconto, il pilota francese si sarebbe suicidato dopo essersi reso conto dell’errore commesso. I pubblici ministeri, non so quanto convinti della ricostruzione di Cossiga (addirittura si parlò di un “sobbalzo” che fece partire il missile), riaprirono comunque le indagini. L’associazione dei parenti delle vittime sposa da sempre l’ipotesi missile, poi c’è il gruppo rappresentato dall’ex parlamentare ed ex ministro Carlo Giovanardi che difende la teoria di una bomba a bordo. Tutte e due le versioni sono state smentite a livello tecnico e i Pm oggi insistono sulla turbolenza di scia al posto del missile, ma mantenendo l’idea della battaglia aerea: uno scenario di guerra per me alquanto irrealistico».

Perché le versioni del missile e della bomba sono da sempre quelle più considerate?

«Le indagini sono state influenzate fin dall’inizio da indizi di esplosione che si sono rivelati errati, se non volutamente depistanti. Per circa dieci anni si è discusso solo sulla possibilità di un missile o di una bomba, quest’ultima una versione che avrebbe sollevato da ogni responsabilità l’Aeronautica Militare. L’ipotesi della turbolenza venne formulata solo dopo il ripescaggio del relitto in varie riprese alla fine degli anni Ottanta. Nessun segno di esplosione. L’interferenza di scia aveva poca casistica ed era sconosciuta ai più; però venne sposata dai Pm nel processo per alto tradimento nei confronti di quattro generali dell’aeronautica, poi tutti assolti».

E quindi, al posto di uno scenario bellico, lei parla di una semplice simulazione di attacco.

«Esatto. Ritengo che l’indagine non abbia esplorato la banale probabilità che l’aereo civile sia finito in mezzo a un’esercitazione di attacco, prevista e programmata alle ore 21 di quella sera (il velivolo cadde 15 secondi prima delle 21). Nei mesi precedenti erano state segnalate numerose invasioni della aerovia civile da parte di aerei militari in esercitazione. All’inizio doveva essere un’attività congiunta italo-francese, in seguito annullata per maltempo la mattina del 27 giugno. Ma di esercitazioni quel giorno ce ne furono, eccome».

Se il Gip disporrà nuove indagini, cosa ci si potrebbe aspettare?

«Se il Gip indirizzerà gli inquirenti verso la pista dell’esercitazione da noi suggerita, penso si arriverà finalmente a una verità, forse non giudiziaria, ma quantomeno storica».

Perché ritiene la bomba qualcosa di meno plausibile?

«I risultati tecnici parlano chiaro: non c’è un indicatore di esplosione nei risultati dei diversi collegi dei periti. Quanto a un documento prodotto da Giovanardi, che indicherebbe un allarme dei servizi segreti su possibili attentati terroristici, i Pm hanno evidenziato che l'informativa era del 1981, cioè un anno dopo la tragedia».

Come si ricollega, dal punto di vista tecnico, la questione della turbolenza al collasso del Dc-9?

«Fra i non addetti ai lavori nessuno pensava a questa eventualità, nemmeno il giudice istruttore aveva elementi per esplorarla. Negli aeroporti gli atterraggi e le partenze sono rigidamente distanziati così da evitare interferenze, e la possibilità che il Dc-9 potesse cadere durante il volo fu evidenziata solo dal perito del giudice istruttore, il professor Carlo Casarosa. Nella mia ipotesi la turbolenza fu creata da un aereo militare in sorpasso e in precedenza nascosto nel cono d’ombra radar dell’aereo civile».

Qual è il suo messaggio in attesa dell’udienza?

«Verità e giustizia sono alla base della convivenza in uno Stato democratico. Spero si arrivi almeno a una verità storica che rasserenerebbe i parenti delle vittime e favorirebbe la crescita morale e l’indipendenza di giudizio collettiva».