La riforma
L'avvocato Francesco d'Errico (foto concessa dall'intervistato)
«Un giudice realmente equidistante dalle richieste di accusa e difesa è un giudice in grado di garantire meglio i diritti dell’imputato». A dirlo è l’avvocato bolognese Francesco d’Errico, fondatore e presidente dell’associazione culturale "Extrema Ratio", a proposito del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati che si terrà domenica 22 marzo e lunedì 23. Una riforma voluta a gran voce dagli avvocati e che tra pochi giorni incontrerà il giudizio dell’elettorato, dopo mesi di scontri tra governo e opposizione, tra comitati del no e comitati del sì. Anche l’avvocato Franco Oliva, presidente delle Camere Penali di Bologna, si dice favorevole al sì, sottolineando come la riforma sia uno strumento in grado di dare «progresso alla nostra democrazia e portarla nella direzione di altri Paesi democratici avanzati. Inoltre, tramite essa, si potrà arginare il fenomeno del correntismo, alla base di un’invasione di campo della magistratura e della sua indipendenza». Abbiamo dialogato con d’Errico su alcuni punti della riforma e sulle ragioni del sì.
Perché lei e la sua associazione siete favorevoli al sì? Quali sono le vostre ragioni?
«Extrema Ratio è a favore del sì perché la separazione delle carriere dei magistrati avrà come conseguenza il rafforzamento della terzietà del giudice. Si avrà così una giustizia più giusta per i cittadini. L’unico giudice in grado di garantire davvero i diritti dell’imputato è quello realmente equidistante dalle richieste di accusa e difesa. Al contrario di ciò che dicono i sostenitori del no, questa riforma non è fatta per aiutare i privilegiati o dare ancora più forza ai cosiddetti “potenti” o alla “politica”. Serve a tutti. Dobbiamo ricordare che è lo stesso articolo 111 della Costituzione a stabilire che il processo, per essere giusto, si deve svolgere nel contraddittorio tra due parti poste in condizione di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Per noi, oggi, non è così».
C’era bisogno di questa riforma dopo la Legge Cartabia?
«Sì, perché la Legge Cartabia, inerente alla separazione delle funzioni, non è sufficiente. A oggi il giudice – organo che dovrebbe essere disinteressato verso il risultato del processo e che deve limitarsi a vegliare sulla legalità processuale e a valutare con equidistanza le tesi di accusa e difesa – condivide col pubblico ministero non solo il concorso di accesso alla magistratura, ma anche la stessa scuola di formazione (la scuola superiore della magistratura) e, come se non bastasse, pure lo stesso organo di governo autonomo, cioè il Consiglio superiore della magistratura. Ecco perché la separazione delle funzioni non basta, vogliamo due distinti Csm, e per questo serve la riforma costituzionale. È qui il passaggio cruciale: il giudice, condividendo con il Pm lo stesso organo di governo autonomo non è strutturalmente terzo. Si crea così tra giudicante e requirente un rapporto indebito, di “parentela”, dato che, oltre alla forma mentis condivisa, può esservi tra i due anche un rapporto eletto-elettore come membri togati al Csm. C’è una commistione incompatibile con un modello di Stato liberale; è credibile un “arbitro” la cui carriera può essere valutata da una sola delle due parti in campo? È sereno nella sua decisione sapendo che quella parte può essere un suo potenziale elettore o che potrà valutarlo un domani in senso al Csm? C’è un conflitto di interessi che ha ricadute poi anche sul singolo processo e che non possiamo più ignorare».
È chiamata riforma della giustizia, ma tocca la magistratura. Cosa cambierà dal punto di vista della velocità dei processi?
«È una riforma che inciderà sulla qualità delle decisioni giurisdizionali. Se il processo è rapido ma ingiusto, non è utile ai cittadini e non è costituzionalmente orientato. Non a caso la Costituzione non parla di velocità in sé e per sé ma di ragionevole durata. Che si pensi a degli interventi per abbreviare i tempi della giustizia va benissimo, ma sottovalutare gli effetti di questa riforma sui cittadini è un grave errore, perché il processo può durare anche sei mesi, ma se il giudice non è terzo è inutile, anzi è controproducente. Tra l’altro, secondo noi, aumentando la qualità del giudizio, il filtro in udienza preliminare funzionerà maggiormente e questo potrebbe diminuire il numero di processi complessivi, con possibili ricadute positive anche per i tempi».
E sul sorteggio cosa ne pensa?
«Il sorteggio vuole limitare la degenerazione delle correnti della magistratura che oggi, all’interno del Csm, valutano la professionalità dei magistrati, e in generale le carriere dei magistrati, non sulla base di criteri di merito, ma in larga parte sulla base dell’appartenenza politico-ideologica. Il sorteggio incide su questo. I membri sorteggiati non dovranno ringraziare nessuno e potranno valutare le carriere dei colleghi con la massima serenità, senza conflitti di interesse, senza la necessità di dover soddisfare i diktat delle correnti. Il metodo del sorteggio è utile e assolutamente compatibile con la funzione che la Costituzione assegna al Csm, perché quest'ultimo non è un organo rappresentativo, non è un “parlamentino della magistratura”. Così, in generale, si diminuirà la pressione delle correnti da una parte, ma anche della politica e della sua influenza dall’altra, tutelando maggiormente sia la cosiddetta autonomia interna che quella esterna della magistratura».
Secondo lei l’affluenza al voto sarà mossa soprattutto da un sentimento politico, dato il continuo scontro tra governo e opposizione sul tema?
«Purtroppo questa campagna referendaria è stata inquinata da una marea di fake news, anche soprattutto per una grave responsabilità dell’Associazione nazionale magistrati, che si è comportata, di fatto, come un partito politico, cedendo alla più incredibile propaganda. Tra le fake news più grosse c’è stata quella secondo cui la magistratura verrebbe sottoposta all’Esecutivo, cosa non prevista da nessuna parte, dato che all’articolo 104, se vincerà il sì, sarà prevista l’autonomia e l’indipendenza sia della magistratura giudicante che di quella requirente. Con questo slogan l'Anm ha riempito le stazioni italiane: un bel danno per la qualità del dibattito. Il vero scontro politico di questa riforma, comunque, non è destra contro sinistra, o magistrati contro avvocati (visto che ci sono anche magistrati per il sì e avvocati per il no), ma è tra chi vuole riformare il Paese e la sua giustizia, riallineando il sistema italiano con quello delle più avanzate democrazie occidentali, e chi per le più disparate ragioni (sicuramente alcuni anche in buona fede) finisce per difendere lo status quo, ovvero un sistema corporativo che rappresenta un’anomalia rispetto alla stragrande maggioranza degli Stati europei».