Basket
Marco Belinelli all'anteprima del docufilm "The Basketball Dream" (Foto di Althea Fabbri)
Il suono più bello del mondo? «Quello della palla che entra nel canestro stirato». Ne ha tirate tante Marco Belinelli dalla sua San Giovanni in Persiceto, dove tutto è cominciato, al campionato in NBA. Martedì sera, a Bologna, ha salutato i fan lanciandosi in sfide in un campo allestito di fronte al cinema Pop-up medica 4K. Sorride, fa autografi, scambia qualche chiacchiera con i tifosi. Poi, la prima bolognese di “The basketball dream”, il docufilm che ne racconta le gesta sportive, gli aneddoti e il calore della famiglia.
«Mi hanno sempre sostenuto, magari pensavano all’eventualità di una sconfitta, infatti mi hanno fatto studiare, ma mi hanno sempre dato piena fiducia», è questo il segreto, afferma Belinelli: «sentire che dietro di te, a spingere, c’è tutta la famiglia».
L’opera cinematografica diretta da Giorgio Testi e co-prodotta da Rai Documentari uscirà sul grande schermo il 16-17 e 18 marzo, per poi essere disponibile su RaiPlay. Raccoglie la voce dei compagni, come Mammo Ginobili e Andrea Bargnani e i ricordi degli allenatori, da Marco Sanguettoli a Ettore Messina, a Don Nelson e Gregg Popovich.
Inizia a sedici anni come playmaker “gioiellino” della Virtus, con cui vincerà due campionati italiani, uno con la Fortitudo. Ha la faccia rilassata e il giusto grado di sfrontatezza tecnica, due doti rare per un giovane. Qui, incontra la sua Martina, un amore nato grazie alla grande passione del suocero per il basket. Fu lui a portarla a vedere i bianco neri. Nel 2007, la svolta americana. L’arrivo negli Stati Uniti «una meta dall'altra parte della luna per un “bologna-centrico” come lui», racconta il fratello. L’inglese maccheronico e la voglia di strappare un sogno: vincere un titolo NBA. Non mancano gli inciampi, in campo, dopo un canestro andato a segno, prenderà una multa da quindicimila dollari per aver esultato con un gesto ritenuto sanzionabile.
Gioca con i Golden State Warriors, negli anni successivi supera un periodo di crisi dove rimarrà spesso in panchina, ma solo per prendere lo slancio. Fino alla consacrazione con gli Spurs. Sconfigge i Miami Heat quattro a uno, diventando il primo cestista italiano a conquistare l'anello NBA. I festeggiamenti nello spogliatoio sono dirompenti. La gioia e il pensiero sempre rivolto alla famiglia: «Nessuno - a parte loro - credeva in me e invece ho vinto», rimarca il campione in lacrime.
Una carriera da record che farà pronunciare a Barack Obama un campanile: «Ci manca molto nei Bulls», la squadra di Chicago, città d’origine dell’ex-presidente.
La parabola da giramondo lo riporterà nella sua Bologna, dove ha concluso la carriera con uno scudetto vinto da capitano delle V nere, lo scorso anno.
Di sogni ne ha realizzati tanti, il più bello: «Portare sul campo le mie due bambine, Nina ed Eva», confessa Belinelli. Anche per questo la spunta è tracciata.
È un documentario per le nuove generazioni, sportive e non, a cui si augura possa essere d’ispirazione: «Volevamo aiutare le bambine e i bambini a credere nei loro sogni, a lavorare per conquistare quello che si vuole e a non volere tutto subito».
Quello che spera di lasciare? È sicuro: «Un sogno, far sì che ne valga la pena».