Il Quindici

Una sessione d'esame degli appelli per il semestre filtro (foto Ansa)

 

Tra tensioni politiche, proteste studentesche e critiche mai sopite, l’avventura degli aspiranti camici a Bologna è finalmente partita, con l’avvio del secondo semestre del primo anno di Medicina. Un passaggio tutt’altro che ordinario, segnato dall’introduzione del nuovo e sperimentale “semestre filtro”, che ha mandato in archivio il tradizionale test di ammissione e ridisegnato le modalità di accesso ai corsi sanitari. La riforma, voluta dal governo e promossa dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, prevedeva la frequenza obbligatoria di tre corsi comuni – chimica, fisica e biologia – per Medicina, Veterinaria e Odontoiatria, svolti tra settembre e novembre e seguiti da due appelli d’esame. All’Università di Bologna gli iscritti complessivi sono stati 3.385, di cui 2.674 a Medicina, 179 a Odontoiatria e 532 a Veterinaria. Numeri che neppure l’aumento dei posti disponibili, saliti a 920 (750 per gli italiani) rispetto ai 787 dell’anno precedente, è riuscito a contenere. All’Alma Mater hanno infatti avuto accesso a Medicina solo 400 studenti, mentre altri 350 posti sono stati assegnati ai campus di Forlì e Ravenna, lasciando esclusi oltre duemila iscritti.

Tra loro c’è anche Chiara, che ha frequentato il semestre filtro a Bologna senza riuscire a entrare ed è stata ammessa a Modena, sua seconda scelta. Il giudizio è netto e amaro: «Il semestre filtro poteva anche essere un’idea valida, ma l’organizzazione è stata sbagliata, riducendo di fatto il percorso a due mesi e mezzo di lezioni eccessivamente concentrate». A incidere negativamente, spiega la studentessa, sono state anche le difficoltà pratiche: «L’impossibilità di frequentare in presenza e i numerosi passaggi burocratici hanno pesato moltissimo», fino a riflettersi «nei risultati così bassi ottenuti agli esami». La criticità maggiore, però, è emersa sul finale. «Il fatto più grave è stato l’intervento con un decreto correttivo il giorno prima della pubblicazione degli esiti del secondo appello, cambiando le regole in corsa e rendendo possibile il ripescaggio di un risultato inizialmente rifiutato». Un cambiamento che ha inciso direttamente anche sulle strategie degli studenti: «Se l’avessi saputo prima, magari avrei rifatto più esami, invece la preoccupazione di doverli superare tutti mi ha spinto a rifare soltanto fisica». Mentre a Bologna le domande per diventare aspiranti camici erano più di tremila, gli iscritti a livello nazionale sono stati 64.825, di cui 54.313 a Medicina e Chirurgia, per il 70% donne. Gli idonei sono stati 22.688, un dato persino inferiore a quello dello scorso anno, a fronte di soli 17.278 posti disponibili nelle università statali, che ha costretto circa cinquemila studenti a orientarsi verso corsi affini. Circa 7.600 allievi hanno invece superato tutti e tre gli esami, mentre poco meno di ottomila ne hanno superati soltanto due. Risultati preoccupanti, che hanno costretto il governo a intervenire con un decreto del 22 dicembre, finalizzato a rendere meno stringenti i criteri di accesso al secondo semestre, dando agli studenti la possibilità di essere ammessi anche senza aver superato tutte le prove. Grazie al nuovo provvedimento, è stato infatti concesso di entrare anche agli studenti che hanno ottenuto solo due o una sufficienza. Inoltre, sono state rivoluzionate anche le modalità di posizionamento nella graduatoria, il cui punteggio finale è dipeso non più dal solo numero di esami passati e voti ottenuti, ma anche dal numero di risultati rifiutati dagli studenti al primo appello per ripetere l’esame al secondo. L’ultima novità introdotta ha permesso invece ai ragazzi di tenere valido un voto sufficiente del primo appello, se chi ha ripetuto l’esame non è riuscito a ottenere la sufficienza nella seconda prova. La ministra Bernini ha difeso così la sua riforma: «I numeri corrispondono a tutto fuorché a un flop, sono molto interessanti, soprattutto in una prospettiva futura. La riforma funziona, ha mostrato criticità per le domande di fisica, ma di questo parlerò con i rettori». «Mentre un tempo - ha spiegato la ministra - c’erano “80mila ‘invisibili ’che rimanevano fuori dai vecchi test, quest’anno abbiamo inserito nel circuito universitario 50 mila studenti di cui 17mila in graduatoria di Medicina, altri 25mila a zero esami superati avranno la possibilità di iscriversi al secondo semestre di qualsiasi facoltà». Bernini ha anche parlato di un «caso mediatico costruito», accusando alcune critiche di essere «rumore politico» finalizzato a difendere il vecchio sistema dei quiz e dei corsi privati a pagamento esterni all’università. «La riforma del semestre aperto non è un colpo di teatro – ha affermato – ma una scelta politica nata in Parlamento, attuata dal Governo e applicata con responsabilità e trasparenza». «È stato un esame - ha concluso - che ha trasformato candidati non orientati in studenti universitari, dando vita a un’esperienza inclusiva e a vantaggio dello studente, i cui risultati potranno essere migliorati con il supporto di tutti».

Nel frattempo, non sono mancate le critiche anche da parte dei docenti, che già dallo scorso maggio conservavano diversi punti interrogativi sulla nuova modalità di accesso. Dubbi che sono stati poi confermati dalle mille difficoltà emerse durante le lezioni, che hanno spinto alcuni insegnanti a presentare un ricorso al Tar contro la riforma. Tra i principali sostenitori di questo reclamo, c’è il professor Pierluigi Strippoli, che ha insegnato biologia nel primo semestre all’Unibo e ci ha illustrato le motivazioni alla base di questo ricorso, che lui gestisce a livello nazionale. Secondo Strippoli, le criticità emerse erano in larga parte prevedibili: «I numeri erano incompatibili con una didattica efficace – spiega – e non si è mai creato un vero rapporto tra studenti e docenti, anche perché gli studenti si trovavano continuamente davanti a persone diverse». A questo si è aggiunta «la rigidità di un programma vincolato a una verifica nazionale non derogabile, che ha ridotto drasticamente l’autonomia dei docenti e impedito loro di gestire gli esami». Tra gli elementi più critici, Strippoli cita anche la concentrazione delle prove: «È stato del tutto inusitato far sostenere tre esami in un solo giorno, mettendo in difficoltà gli studenti dal punto di vista psicologico e cognitivo. Programmi così vasti non possono essere affrontati in poche ore. Gli stessi esami che loro hanno sostenuto in due ore, io li ho dati in cinque mesi». Nel complesso, le modalità di insegnamento e valutazione hanno finito per snaturare l’esperienza universitaria. «L’obbligo di aderire a un programma rigido ha reso questo insegnamento non universitario, aggravato dal fatto che gli studenti erano destinati a tre indirizzi diversi, senza la possibilità di adeguare i contenuti ai singoli corsi». Da qui la scelta di intraprendere un’azione formale. L’8 maggio scorso è stato presentato un appello a circa mille figure istituzionali, con domande di merito sulla riforma: «Non abbiamo ricevuto risposte vere, ed è stato sconcertante». A settembre è arrivato il ricorso al Tar, sostenuto da 96 docenti delle tre materie coinvolte, che è stato ritenuto fondato, in attesa dell’udienza di merito che si terrà ad aprile. Strippoli sottolinea che le crepe del sistema prescindono dagli esiti delle prove: «I risultati sono la conseguenza naturale di una struttura inefficace. Intervenire solo su quelli, per esempio riducendo il programma, rischia di peggiorare la preparazione senza risolvere i problemi di fondo. I correttivi proposti non affrontano il cuore del ricorso». Sul superamento del vecchio test di accesso, il docente invita alla cautela. «Non era una formula ideale, ma era la meno peggio possibile per garantire imparzialità a livello nazionale. Aveva dei difetti, ma funzionava. Basarsi solo sulle critiche di chi restava escluso non forniva dati oggettivi». L’idea di un’università completamente aperta resta, secondo lui, impraticabile: «Il numero programmato è inevitabile, per limiti strutturali e per garantire una formazione pratica adeguata». Infine, il docente legge la riforma anche in chiave politica. «Molti colleghi hanno avuto l’impressione che fosse una misura pensata per rispondere a una promessa elettorale, cercando di dimostrare la fattibilità di un semestre aperto che in realtà era illusorio». Quanto alla carenza di medici, Strippoli conclude che il problema non è numerico ma settoriale: «Mancano professionisti in ambiti specifici. Bisognerebbe incentivare specializzazioni più complesse e alleggerire il carico burocratico che oggi pesa, ad esempio, sui medici di base». Non tutti gli insegnanti hanno però condiviso le critiche rivolte alla riforma, tra i cui sostenitori c’è anche Matteo Bassetti, professore universitario di Malattie Infettive all’Università di Genova, che ha spostato le accuse sugli studenti: «Non abbiamo bisogno di medici che di fronte alle difficoltà di un esame non passato vanno a protestare, ma di professionisti che sappiano soffrire». Il docente, che dal ministero ha anche ricevuto l’incarico di presidente del Gruppo di Lavoro sui bandi del semestre, ha anche difeso la modalità di erogazione della didattica quasi prevalentemente online: «Se parliamo di teoria, fare una lezione in presenza o a distanza non cambia assolutamente niente. Anzi, piuttosto che avere aule con 500 studenti dove non riesci a vedere neanche la lavagna, credo che sia meglio una buona lezione online fatta bene, come è stato fatto a Bologna e in tante città». Posizione che è stata condivisa anche da Roberto Burioni, docente e virologo dell’Ospedale San Raffaele di Milano, che si è scagliato contro «quei genitori che hanno voluto una scuola non selettiva, perseguitando ogni insegnante minimamente severo, che non ha chiesto agli studenti di studiare perché l’importante era esprimere la propria personalità, approdando infine a una maturità che tra mille paure ha promosso il 99,98% di loro». «Due su tre non entreranno dopo la selezione - ha spiegato Burioni - e un esame che elimina il 66% dei candidati non è impossibile, ma è decisamente selettivo. Nel mondo vero non basta l’impegno e il sacrificio: ci vuole il risultato».

Se i docenti hanno guidato la contestazione della riforma, a pagarne il prezzo sono stati gli studenti. Per Matteo, del collettivo studentesco Prometeo, il semestre filtro si è rivelato «un esperimento fallimentare, portato avanti dal governo per motivi propagandistici». Secondo lo studente, le difficoltà sono state numerose fin dall’inizio: «Ci hanno raccontato la favola del superamento del numero chiuso e di un sistema più meritocratico, ma era evidente che non fosse così». Uno dei nodi principali ha riguardato la didattica. «Ci sono state numerose complicazioni che hanno portato a un netto peggioramento nella preparazione», spiega, a partire dal poco tempo a disposizione dei docenti. «In due mesi si fa fatica, anche se gli insegnanti ci hanno messo tutto il loro impegno». A pesare è stato anche lo stress psicologico: «Era altissimo, perché ci si giocava il proprio futuro e molti avevano la sensazione di buttare un anno se non entravano». Alla fine, aggiunge, il test «è rimasto simile a quello dello scorso anno, con domande a risposta multipla, ma semplicemente spostato di qualche mese, lasciando molti studenti nell’incertezza». Le conseguenze più pesanti, secondo Matteo, le hanno subite gli esclusi: «Sono rimasti in mezzo a una strada e molti devono ricominciare da zero». Anche la promessa della didattica in presenza si è rivelata illusoria: «Ci hanno dato solo tre giorni per frequentare in sede», in un contesto già segnato dalla carenza di spazi e investimenti nell’università. Dura anche la critica alle parole della ministra Bernini contro gli studenti in protesta: «Definirli “poveri comunisti” è stato vergognoso e ha mostrato la mancanza di argomenti validi di fronte a critiche fondate». Guardando alla formazione medica, Matteo auspica un cambio di approccio: «Dovrebbe essere più orientata alla pratica e alla risoluzione del caso clinico, sviluppando ragionamenti deduttivi come fanno i medici. Migliorare i tirocini è fondamentale». Anche Flavia, del comitato studentesco Link, afferma che questo esperimento si è rivelato «un fallimento del sistema universitario». «Molte persone - spiega - erano demoralizzate e tante non sapevano se avrebbero continuato il percorso. C’è stata anche una gestione sbagliata nella distribuzione della didattica, con corsi fatti prevalentemente online». Secondo la studentessa, «fa male ritrovarsi in una situazione di isolamento totale e il fatto di dover accedere per la prima volta all’università in modo così anomalo ha provocato tanta frustrazione». «Questa incertezza - conclude - ti porta ad avere dei crolli psicologici e a vivere nello sconforto». Situazione che ha portato Flavia, così come tanti altri studenti, a sperare che questo modello non venga riproposto, spiegando che molti «preferivano il vecchio test rispetto a un percorso con così tante instabilità, magari anticipato in modo da non avere difficoltà nella ricerca della casa». Flavia auspica che vengano date «delle linee guida comuni e che ci sia un ascolto maggiore verso gli studenti, a partire dalla possibilità di frequentare davvero il corso e avere maggiori certezze quando si entra in università». L’amarezza per la gestione del semestre filtro è un sentimento difficile da ignorare, che ci ricorda l’urgenza di rivedere modalità, tempi e comunicazione di un sistema che influenza profondamente il futuro di migliaia di studenti.

 

L'articolo è tratto dal Quindici n.14 del 26 febbraio 2026