Quindici

Sezione della copertina del romanzo "Ultima pagina" (foto Ansa)

 

È proprio lui, il giornalismo d’altri tempi, quello che si faceva sui rulli delle mitiche Olivetti Lettera 22, avvolte dalla “nebbia” delle sigarette, in quegli stanzoni di redazione affollati di gente. Un ambiente lontano nel tempo che prende nuovamente forma e colore in “Ultima pagina. Volevo fare il giornalista” (Pendragon editore), romanzo d’esordio di Claudio Cumani, nota firma delle pagine culturali de “Il Resto del Carlino”. Un’opera prima che trasporta il lettore nella Bologna (sebbene non venga citata nel libro) di quell’annus horribilis che fu il 1980, segnato da due dei più grandi sconvolgimenti della storia della Repubblica italiana: Ustica e l’attentato alla Stazione centrale. Al di là di quei capitoli oscuri del Paese, “Ultima pagina” racconta le comiche vicissitudini del giovane protagonista, Millo, venticinquenne fresco di laurea con in testa la bizzarra idea di fare il giornalista. Assunto da un’importante testata e ribattezzato “Milordino”, il ragazzo entra in contatto con un vero e proprio mondo a rovescio, caratterizzato da colleghi maestri nell’arte del cazzeggio, urla sguaiate, grasse risate, avventure poco eroiche e molto erotiche e battutacce sconce. Il romanzo di Cumani – retto da uno stile elegante e allo stesso tempo popolare, crudo, vernacolare, oltre che da una sintassi vorticosa, dal ritmo veloce – riesce a mostrarsi nitidamente per quello che è: una sincera storia di consapevolezza che, in barba al politicamente corretto e alla “cultura” censurante di oggi, ci delinea il fare giornalismo alla vecchia maniera, forse troppo libero, forse troppo audace e svergognato, ma non per questo meno interessante, meno formativo, meno degno di essere ricordato, come qualsiasi spezzone di passato. Un mondo che sa quando accantonare la sua goliardia, vivere l’attualità e trasformare la spensieratezza nella coscienza critica di un uomo.

 

La recensione è tratta dal n. 14 di "Quindici" del 26 febbraio 2026