Il concerto

Edoardo Bennato sul palco dell'Europa Auditorium (foto di Paolo Pontivi)

 

E ce ne fossero di “canzonette” così, per dirla alla Edoardo Bennato che con il suo rock dissacrante all’italiana ha scaldato gli animi degli spettatori dell’Europauditorium per l’ennesimo sold out della sua lunghissima carriera. Primo artista a riempire San Siro nel 1980, nato a Bagnoli, in una Napoli che forse non c’è più, si era trasferito giovanissimo a Milano per raggiungere il suo sogno. Il sogno di diventare cantautore e di trasportare gli ascoltatori nelle atmosfere magiche di quell’”Isola che non c’è” e da cui tutti non riusciamo a fuggire. I ricordi dell’infanzia nell’eterna ripetizione del modo d’essere di un Peter Pan che si nasconde nel profondo della nostra anima. E ancora oggi, a quasi ottant’anni, Bennato la sua vena di dissacrante fanciullezza, di protesta, di ironia e di follia non l’ha persa. Brani contro l’inutilitá e l’imbecillità delle guerre, di qualsiasi tipo, contro la supremazia ottusa del potere, di qualunque colore, contro la tendenza a mettere le catene attorno ai sogni. Tra intramontabili successi, tra il “Gatto e la volpe” e tra quella “Nisida” che omaggia l’isola del suo golfo partenopeo, si nascondono composizioni meno note, gridi decisi di rabbia verso una società in perenne contraddizione. Cala dall’alto, tra le luci soffuse del teatro, “La Fata”, intenso brano del 1977, di quell’album “Burattino senza fili” che i lacci del banale e del conformismo li aveva rotti davvero. Improvvisamente l’uomo diventa espressione della sensibilità femminile, del gioiello che si cela dentro un corpo diverso dal machismo esibito ed esibizionista. E Bennato sussurra che non può essere amore, non può essere amore, lo ripete, lá dove la quotidianità è violenza, vetrina, specchio di un’insoddisfazione da lasciarsi alle spalle e da superare definitivamente, cosi da essere liberi di credere davvero che «non è un’invenzione, non è soltanto un gioco di parole, se ci credi ti basta, perché poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è».

 

L'articolo è stato pubblicato sul numero 14 del Quindici del 26 febbraio 2026