Criminalità

Il presidente della Fondazione vittime di reato, Carlo Lucarelli (foto Ansa)

 

«Il 90% delle persone che ci chiedono aiuto sono vittime di reati di genere e sui minori, come violenze, abusi e persino riduzione in schiavitù all’interno della propria famiglia». Il presidente della Fondazione emiliano romagnola per le vittime di reato, lo scrittore e giornalista Carlo Lucarelli, alla vigilia dell’8 marzo fa il punto in un’intervista a InCronac@ sulle attività della realtà che da più di vent’anni assicura sostegno immediato alle vittime e ai sopravvissuti di reati dolosi gravi. Voluta dalla Regione Emilia-Romagna nel 2004, in due decenni la Fondazione ha erogato oltre quattro milioni di euro, aiutando più di 1.200 persone. Sono una settantina i soci, tra Comuni, province, aziende e università. Una vera e propria rete che, come spiega Lucarelli, presidente dal 2017, negli ultimi tempi permette di intercettare unottantina persone all’anno.

 

Partiamo dalle basi. Come funziona la Fondazione?

«Ci riuniamo ogni tre mesi per esaminare le istanze che ci hanno mandato i sindaci, dal momento che sono i Comuni a segnalarci le persone che hanno chiesto aiuto. Sono circa una ventina le richieste che arrivano ogni trimestre. All’inizio erano solo due o tre, ma pian piano hanno iniziato a conoscerci e oggi nei Comuni ci sono delle persone formate che indirizzano le persone da noi».

 

A questo punto cosa fate?

«Ci chiediamo cosa possiamo fare subito per aiutare le vittime. Essendo una fondazione possiamo intervenire praticamente già dal giorno dopo. Non ci occupiamo dei colpevoli, ci interessa chi è sdraiato a terra o chi è andato all’ospedale pieno di lividi. Diamo un sostegno concreto, anche con piccoli gesti, alle persone che hanno bisogno di far ripartire la loro vita».

 

Mi può fare un esempio?

«Se una donna è scappata da casa sua con i figli, perché ha un marito abusante che da anni la picchia, ha denunciato e ora si nasconde, ha bisogno di ricominciare a vivere e magari le serve una cosa apparentemente molto piccola, come la patente, per raggiungere il paese vicino dove intanto ha trovato lavoro. Può sembrare una cosa da niente, ma la patente costa e noi possiamo sostenerla».

 

C’è una storia che l’ha colpita di più?

«Una signora che è stata ferita, e a cui hanno ucciso il marito, ha subito una serie di operazioni in ospedale e ha dovuto affrontare tante difficoltà. In un’intervista ha raccontato: “Mi erano rimasti dei soldi e, mi vergogno a dirlo, li ho usati per ricomprarmi gli occhiali che si erano rotti”. Invece per noi l’obiettivo è proprio quello, gli occhiali nuovi sono il simbolo di una vita che ricomincia».

 

Immagine tratta dal sito della Regione Emilia-Romagna

 

Negli anni avete registrato un aumento dei reati?

«È strano. In teoria, i reati sono in calo. Noi percepiamo il mondo come spaventoso, ma in realtà non è vero. Per esempio, in Italia gli omicidi sono calati del 15% rispetto all’anno scorso. Ma ci sono dei reati che calano ancora troppo poco. Sono quelli che hanno a che fare con la violenza sulle donne e sui minori. Ci occupiamo anche di rapine, omicidi e pestaggi, ma i reati di genere riguardano il 90% dei casi in cui ci imbattiamo». 

 

Quali sono i più frequenti?

«Ci siamo occupati di tanti femminicidi, un po’ di anni fa ne abbiamo avuti quattro nello stesso anno. Ma ci sono anche gli abusi sui bambini, l’induzione alla prostituzione e per alcune donne addirittura la riduzione in schiavitù all’interno della propria famiglia». 

 

Secondo lei, cosa si dovrebbe fare per contrastare questo fenomeno?

«È una questione culturale, quindi va affrontata come tale. Noi uomini dobbiamo chiederci: “Cosa possiamo fare affinché questa roba non succeda più?”. La repressione non funziona, perché anche se è vero che le pene per questi tipi di reati sono molto basse, la galera non è un deterrente sufficiente per chi delinque e chi abusa. Questo persone lo farebbero comunque».