Il quindici
David Bowie (Foto Ansa)
Sono passati trent’anni esatti da quel 9 febbraio 1996, quando il palasport di Casalecchio di Reno si trasformò nel tempio del glam rock e sul palco salì uno degli artisti più indimenticabili della storia della musica. Il Duca Bianco, con il suo Outside Tour, unica tappa italiana insieme a Milano. Quel David Bowie che della varietà di stili, del trasformismo, della vocazione alla melodia, ai sentimenti e all’esibizionismo più puro fece la sua ragione di vita, al di là di qualsiasi pregiudizio o preconcetto, nella preistoria e, contemporaneamente, nel futuro più lontano del sogno, nella dimensione onirica, nel desiderio di un’esistenza immaginata su un pianeta diverso, magari su Marte. E chissà cosa avrebbe detto oggi, a dieci anni di distanza dalla morte, dello stato di salute del pianeta che conosciamo bene: la Terra così bistrattata, data per scontata, flagellata da conflitti, genocidi e atrocità. Chissà se avrebbe aperto il concerto come quella sera, con “Look Back in Anger”, brano del 1979 che traspone sulla partitura l’incontro tra un uomo solo, perso tra l’oscurità del mondo contemporaneo, e un angelo della morte dalle ali spiegate. Così forte e potente ma non in grado di esprimere con chiarezza la fatalità del destino, la facilità con cui l’essere umano si smarrisce nelle sciocchezze della vita quotidiana, in cose che in fondo non contano nulla. Salì sul palco del palasport tra le note di quel brano, accolto da un pubblico in delirio, stipato sulle poltroncine dell’arena e nel parterre ancora in piedi. Un pubblico libero di muoversi e di sentire scorrere nelle proprie vene la magia degli assoli di chitarra, una versione heavy rock di un pezzo che già allora era datato ma sempre attuale, con il dubbio che la scrittura di quel testo fosse cosa dei giorni nostri. E Bowie, uomo senza età, nato a Brixton, sobborgo di Londra, nel 1948, si appassionò alla musica da ragazzino, quando quasi per caso prese in mano un sassofono, il primo strumento di cui studiò il funzionamento e l’emissione sonora. A diciannove anni, già avvezzo alle logiche delle case discografiche e del successo che sembrava dietro l’angolo, cambiò il proprio cognome: da Jones a Bowie, come il pioniere americano James Bowie, famoso per avere dato il nome a un celebre coltello. La mescolanza di stili e sonorità si avverte sin dai primi lavori del cantautore: glam rock, pop, musica sinfonica, elettronica degli anni Ottanta, new age dei primi anni Novanta. Una sperimentazione continua che affiancò alla musica anche nell’arte e nella pittura, strumenti per esprimere la propria visione del mondo e ciò che non poteva essere taciuto. Come in “Scary Monsters (and Super Creeps)”, altro brano in scaletta quella sera, ancora una volta attuale in maniera quasi stupefacente. L’alienazione dal mondo, la follia di una donna e il suo rifiuto di confondere la propria personalità, il suo più intimo senso della vita, con la compagine arruffata e approssimativa dei suoi simili. Una metafora di ciò che viene considerato ordinario, il timore che prima o poi assale tutti: essere parte di un lungo e inevitabile processo di omologazione, la paura di essere normali, la quotidianità che diventa il mostro contro cui combattere con tutte le proprie forze. Combattere anche contro una spirale di morte ammaliante, come quella cantata, sempre quella sera, in “The Voyeur of Utter Destruction” del 1995, che costruisce arte e al tempo stesso la distrugge, nella sua forma degenerata e rigenerata nell’ossessione per la violenza, in un futuro ancora più distopico della realtà che tutti abbiamo sotto gli occhi, imprendibile e imbastita sull’inganno, sulla menzogna e sulla necessità urgente di voltare pagina, di cambiare tutto.
Sotto quei riflettori del palasport di Casalecchio si nascondono le ombre di un uomo, le sue paure più intime, le considerazioni sulla droga e sulla dipendenza, sui ricordi e sulla nostalgia della giovinezza, come in “Teenage Wildlife”, e sul valore effimero del successo. Per tornare a quella ricerca della normalità e dell’anticonformismo che si risolve nel suo contrario: apparire diversi, sentirsi diversi, dare un’impressione di alterità e di alienazione per poi accorgersi di essere tutti parte dello stesso disegno, impegnati nella medesima trama tessuta dal destino. Un destino che anni dopo, nel 2016, si ritrovò nella retrospettiva “David Bowie Is”, organizzata dal Victoria and Albert Museum di Londra e ospitata a Bologna dal MAMbo, unica tappa italiana di una mostra che fece il giro del mondo e che, tra costumi, oggetti di scena, appunti, ricordi e manoscritti, diede l’illusione di capire qualcosa in più di David Bowie, dell’anima di quell’artista che neanche attraverso i suoi occhi di diverso colore permise a chi lo osservava dal vivo, in video o su un palco di entrare davvero nel suo pensiero, in ciò in cui credeva fino in fondo. Sempre nel 2016 uscì il suo ultimo album, “Blackstar”. Esce l’8 gennaio la pubblicazione e due giorni dopo, nella notte tra il 10 e l’11, muore a New York, lasciando un’eredità artistica e spirituale che trova la sua massima espressione nel brano “Lazarus”, un testamento e un epitaffio indelebili nell’intensità dell’interpretazione e nel commiato dell’artista che, nel videoclip promozionale, scompare dentro un armadio chiudendo le ante dietro di se. Un ultimo grido che in Italia verrà ripreso dall’opera rock “Lazarus”, con Manuel Agnelli e Casadilego, per la regia del direttore di Emilia-Romagna Teatro Valter Malosti. Undici performer e sette musicisti che sul palco dipingono la storia e la disperazione di un essere alieno, prigioniero sulla Terra e incapace di morire, di lasciarsi tutto alle spalle. Una sorta di teatro totale che segna una distanza spirituale e materiale dal pubblico, in fondo la stessa distanza che separava Bowie da quel pubblico di Casalecchio trent’anni fa, dai visitatori della mostra, dagli spettatori del musical, combattuti tra attrazione e repulsione. “Under Pressure”, come nell’omonimo brano del 1981 con cui chiuse quel concerto del 1996, tra storie di uomini schiacciati dal peso della società contemporanea e dalle sue frenesie, tra i riff di basso e la batteria a scandire un tempo che non si ferma e non concede tregua. E chissà allora come avrebbe dipinto il mondo oggi, il suo mondo, magari utilizzando colori accesi, depurati dall’oscurità e dal malessere di tante sue composizioni, stupendoci ancora una volta e parlando non di guerre, sangue e orrori ma d’amore, di banalità, di sentimenti nati una notte e morti la mattina successiva, di frivolezze, pur sempre di vita. I sentimenti come un’iniezione di metanfetamine, come in “White Light/White Heat” del 1968, cantato solo a Bologna quella sera, un commiato amaro dal palco di quella che oggi è l’Unipol Arena, un saluto sfuggente e un salto verso l’alto. Verso l’infinito.