migranti
La vita in un Cpr (foto Ansa)
Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha aperto alla possibilità di realizzare un nuovo Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) in Regione. «Solo per chi si è macchiato di reati gravi», ha tenuto a sottolineare, ma la reazione del Comune è arrivata immediatamente. L’assessora Matilde Madrid ha dichiarato che «ci sono cose più importanti a cui pensare», schierandosi così con quella parte della sinistra che non ha visto di buon occhio l’apertura di de Pascale.
Era il 1998 quando i centri per migranti vennero istituiti per la prima volta. A volerli il governo di centro-sinistra; a firmare il Testo unico furono la ministra per la Solidarietà sociale Livia Turco e il ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. Inizialmente si chiamavano Centri di permanenza temporanei (Cpt), e anche Bologna ne aveva uno. In via Mattei, nell’ex caserma Chiarini, il Cpt per immigrati clandestini in attesa di espulsione avrebbe dovuto aprire nel gennaio del 2002, ma un’ondata di proteste e manifestazioni fece ritardare l’apertura di quasi un anno. In quell’occasione, centinaia di attivisti entrarono nell’ex caserma e “smontarono” fisicamente parti del centro in segno di protesta.
Una volta aperto il centro, vennero presto alla luce episodi di violenza e soprusi sui migranti, condizioni di vita terribili, pestaggi e atti di autolesionismo. Non solo, nel 2004 tre migranti denunciarono di essere stati sedati con farmaci mischiati nei cibi e nelle bevande a loro insaputa. Nelle analisi del sangue risultarono tracce di barbiturici. La sen.Sandra Zampa (Pd) ha ricordato le condizioni di vita del Cpt di quegli anni: «Era una situazione terribile. La gente dormiva senza materassi, sul cemento. Erano sedati con psicofarmaci. Gente che fino a poco tempo prima lavorava. Non criminali».
Il centro, destinato alla permanenza temporanea ma definito da molti un vero e proprio carcere (alcuni lo definirono “lager”), venne poi trasformato nel 2014 in un hub per migranti. Non più costretti e rinchiusi, i richiedenti asilo che lo frequentavano seguivano corsi di formazione, cercavano un posto di lavoro in Regione, provavano a integrarsi.
Nel 2019, la struttura venne definitivamente trasformata in un Centro di accoglienza speciale (Cas). Le polemiche e le proteste non si fermarono, per via delle condizioni di vita giudicate non sostenibili: freddo, acqua e corrente elettrica a funzionamento alterno, scarse condizioni igieniche, poco cibo.
Oggi si parla dell’apertura di un Cpr in Regione. Se de Pascale si è mostrato disponibile (ma solo per i migranti che si sono macchiati di reati gravi), molti a sinistra hanno levato gli scudi e si sono opposti fermamente all’idea. Altri ancora hanno sostenuto la posizione del presidente della Regione, chiedendo però il rigido rispetto delle norme, dei diritti umani e delle condizioni igienico-sanitarie.