Europa
Paolo Pombeni (foto Ansa)
«Il pre summit di Alden Bielsen tra i capi di Stato e i capi di governo dei Ventisette potrà essere un mezzo disastro o un incontro costruttivo. È una partita difficile, dipenderà da se i leader cavalcheranno l’onda dell’opinione pubblica facendo i teatranti o si comporteranno da statisti». Paolo Pombeni, politologo e professore emerito all’Alma Mater, si esprime così sul documento comune sulla competitività in Unione Europea concordato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni e che sarà discusso nell’incontro informale di domani ad Alden Bielsen, vicino a Bruxelles.
Pombeni, cosa ci si può aspettare da questo incontro?
«Sono fiducioso a metà. Dipenderà dall’intelligenza politica dei vari leader. Se seguiranno l’onda di opinione, che vuole grandi decisioni e grandi sceneggiate, sarà un disastro. Se invece faranno gli statisti, capiranno che la soluzione è evitare le divisioni, rimanere uniti, e andare avanti al prezzo di fare qualche passo più piccolo. Servono pazienza e tempo per costruire risultati. È una battaglia lunga che non è detto arrivi in porto, anche se c’è la possibilità che accada».
Come vede Meloni e il ruolo dell’Italia, in questo rapporto con Merz? È vero che l’Italia è marginale in Europa?
«Questi sono i pregiudizi di chi giudica il reale sulla base di ideologia. Nei rapporti internazionali contano le opportunità concrete. A Merz non interessa la collocazione politica di Meloni. E lei è disinteressata al fatto che Merz sia, in questo momento, più o meno democratico. E questo vale per tutti. Ora si ragiona molto sulla base di chi può fare cosa».
Che cosa può fare Meloni?
«Può sfruttare un piccolo canale che ha con gli ambienti trumpiani negli Stati Uniti, anche se Trump è una scheggia impazzita e rapporti veri e propri con lui non li ha nessuno. Inoltre l’Italia, come paese del Mediterraneo, ha un legame con la sponda africana. In più ha una posizione di un certo rilievo in alcune situazioni internazionali, dove ha mandato forze di pace… senza dimenticare che è uno dei paesi fondatori e ha una sua cerchia di influenze. Tutto dipenderà da quanto sarà brava nel giocare la sua partita e da quanto i suoi avversari europei, che saranno restii al cederle il passo, la conterranno. La sua forza, poi, dipende anche dalla stabilità della situazione interna italiana».
La Germania che carte ha?
«È un paese con un’economia un po’ in affanno, ma con molte potenzialità. Dagli affanni è possibile uscire. Ha una posizione molto forte nei rapporti con l’est Europa ed è al confine dell’imperialismo russo. Anche Merz è dunque un giocatore importante. Anche per lui sarà importante la stabilità all’interno del suo Paese, penso alle pressioni di Afd… c’è rischio di indebolimento e questo porterebbe al ridimensionamento di tutto».
La Francia invece?
«È attualmente un paese spiazzato. Tradizionalmente è un paese con un ruolo di primo piano in politica estera, è una potenza nucleare e uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma ora è in una situazione di fortissima instabilità interna. L’anno prossimo il suo mandato finirà e non si sa come andranno le prossime elezioni. Il suo nucleo è debole, ora».
Come pensa che sarà il rapporto con gli Stati Uniti?
«Tutti ora navigano a vista. Capire cosa sta succedendo all’interno del sistema di potere americano è molto difficile. Quale sia l'intero orientamento di una parte significativa dei gruppi dirigenti degli Stati Uniti non è ancora chiarissimo. Secondo me all’interno c’è una lotta, ma non sappiamo come funzionerà questo confronto interno e tantomeno se le attuali difficoltà di politica interna andranno avanti. Tutto dipenderà dalle elezioni di midterm. Il suo potere potrebbe uscirne ridimensionato».