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Il primo ministro Benjamin Netanyahu è volato martedì 10 febbraio a Washington per incontrare il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e proporre la propria strategia in Iran. Mentre analisti ed esperti si interrogano sui nuovi possibili equilibri in Medio Oriente, è arrivata anche la proposta dall’Iran per scongiurare una escalation in una regione già dilaniata dai conflitti: dopo il primo colloquio in Oman, Teheran si è detta disponibile alla diluizione dell’uranio arricchito al 60%, quindi non più utile a realizzare ordigni nucleari, in cambio della rimozione delle sanzioni statunitensi. È un’apertura al dialogo quella dell’ayatollah Khamenei, che arriva in un momento di rafforzamento della repressione interna, con numerosi arresti e una nuova condanna per la Premio Nobel Narges Mohammadi. Se da una parte la popolazione iraniana deve affrontare condizioni di vita sempre più difficili ed è in gran parte isolata a causa del blocco di Internet, dall'altra il dialogo tra Washington e Teheran si è riaperto per la prima volta dalla guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele dello scorso giugno.
Nei prossimi giorni è previsto un altro round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, il cui esito potrebbe determinare le sorti della regione. Al centro dell’agenda, come sempre, il programma nucleare dell’Iran: secondo Teheran sarebbe concepito per scopi energetici e civili, mentre per Washington la ricerca sarebbe condotta a scopo militare. Ma questa è solo una delle linee di frattura che separano i due avversari. Sul tavolo di discussione ci sono anche la questione dei missili balistici e il sostegno di Teheran ad altre forze destabilizzanti nella regione. Anche qui, la versione di Teheran è un’altra: i funzionari iraniani hanno sempre sostenuto il programma missilistico a scopo difensivo e come opzione non negoziabile, alla luce del passato – ma non solo – di guerre, sanzioni e isolamento internazionale. Allo stesso modo, il sostegno iraniano ai suoi alleati, tra cui Hezbollah e gli Houti, è considerato un effetto legittimo della "soffocante" influenza israeliana in Medio Oriente. Sono tanti i tasselli che compongono il quadro di una rivalità di vecchia data, per i quali è difficile credere che l’Iran farà concessioni significative alle richieste statunitensi. Vero anche, però, che il pericolo di scivolare verso un'altra guerra che la regione non si può permettere è un grande deterrente e potrebbe spingere a trovare un punto d'incontro.