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Una foto dell'ayatollah Khamenei, Iran (foto Ansa)

 

«Ad oggi l'Iran non ha mai negoziato sotto minaccia e vediamo tutti come lo stile negoziale degli Stati Uniti sia quello della pistola sul tavolo, nel solco della tradizione dell’imperialismo». È scettico Massimiliano Trentin, professore dell’università di Bologna e storico delle relazioni internazionali specializzato in Medio Oriente, sull’esito dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.  Quelli di venerdì in Oman sono stati uno dei rari faccia a faccia tra Teheran e Washington, in un rapporto fatto soprattutto di chiusure e tensioni, quel «muro di sfiducia» definito dal ministro Araghchi, che ogni tanto lascia intravedere spazi di aperture. Di certo, il rischio di escalation arriva in un momento in cui lo stato di Khamenei è fragile interiormente ed esteriormente, e questo potrebbe giocare a favore dell’accordo. «Nella sua storia l’Iran si è sempre rifiutato di negoziare in queste condizioni, tuttavia – aggiunge Trentin – l’accordo del 2015 con Obama ci dice che sono arrivati a negoziare in un contesto di forte crisi economica che andava a toccare tutta la società iraniana, che stava erodendo anche le stesse basi sociali della rivoluzione della Repubblica Islamica». 

Oggi la situazione è ancora più difficile perché, come ci dimostra il Venezuela, «gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di investire nel governo dei paesi, ma vogliono che questi, indipendentemente dal tipo regime politico, rispettino ed eseguano le priorità della politica statunitense». Non importa, insomma, che ci sia ancora una parte della vecchia dirigenza in Venezuela, l'importante è che faccia quello che vogliono gli statunitensi e altrettanto può essere replicabile in Iran. «Il problema è che i due sono difficilmente comparabili – continua il professore – In Iran, soprattutto dopo l'attacco del luglio scorso, è molto cresciuta la componente radicale delle guardie rivoluzionarie. Mentre la vecchia dirigenza è stata eliminata dai raid israeliani, c'è una segmentazione generazionale all'interno delle élite dirigenti iraniane da osservare con attenzione». Tale radicalizzazione dei giovani vertici al potere iraniano coincide anche con la strategia di Israele, «a maggior ragione da questo Israele governato da questa classe dirigente, alleato di questo governo Trump – sostiene Trentin – Anche se a luglio 2025 gli Stati Uniti sono intervenuti in quel contesto creato, forzato da Netanyahu». E l’Europa? Secondo il docente Unibo, il vecchio continente «ha abdicato a una politica autonoma o diversa da quella statunitense nei confronti dell'Iran. Assumere determinate posizioni sull'Iran significa parlare a Washington in senso di allineamento». 

 

Anche sul fronte interno, Trentin invita alla cautela: le informazioni sono scarne, anche se con l’allentamento del blocco informatico sulle comunicazioni stanno arrivando nuovi e sempre più tragici aggiornamenti. «Non vedo niente di innovativo rispetto alla capacità di repressione violenta della contestazione. Quello che risulta nuovo è la trasversalità di queste proteste che nascono da questioni economiche che coinvolgono la stessa base sociale del regime: si parla tanto dei commercianti, ma una delle cause è anche il crack finanziario di una banca legata al gruppo dei Pasdaran, il pilastro armato della classe dirigente iraniana. Questo segna una novità, dall’onda verde del 2009 in poi, anche se non è ancora rottura. La protesta è stato un momento di dissenso qualitativamente molto importante, perché andava a mobilitare anche quei gruppi sociali che solitamente si astenevano dal formulare così esplicitamente dissenso. Ricordiamoci, però, che questo regime politico ha una profonda consapevolezza di cosa ci sia bisogno per fare una rivoluzione e di conseguenza di cosa c'è bisogno per evitarne un’altra». 

 

Un regime internamente indebolito, ma ancora solido nelle sue strutture. Uno stato esternamente isolato e fragile nelle sue alleanze, ma altamente diffidente nei confronti dei negoziati. La possibilità di arrivare adesso a un accordo, vista anche l’aggressività degli Stati Uniti, sembra remota. «Ma ci sono tanti elementi – conclude Trentin – quando si spostano tante risorse militari verso una regione significa che è plausibile un intervento militare. A renderlo plausibile concorrono anche le componenti più radicalizzate della Repubblica Islamica, disposte a uno scontro perché non hanno grandi interessi economici da perdere. Dall'altro lato la mancanza di prospettive di sviluppo del Paese e la convenienza potrebbero spingere parte della classe dirigente iraniana a un accordo, per quanto temporaneo, pur di sopravvivere e prendere tempo per ricostituirsi».