Prosa poetica
La scrittrice Han Kang durante il discorso per il Premio Nobel (foto Ansa)
Dall’ormai vicino Oriente una voce che si fa carico delle più disturbanti angosce e fragilità umane, rese al meglio da una prosa narrativa che sa farsi poesia con una leggerezza spiazzante. È uscito da pochi mesi in Italia “Il libro bianco” di Han Kang, scrittrice coreana vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2024 e penna che sta dietro ai romanzi best seller “La vegetariana” (vincitore dell’International Booker Prize) e “Atti umani”. L’opera, pubblicata in lingua originale diversi anni fa, è giunta finalmente ai lettori italiani grazie al lavoro di traduzione di quel marchio di qualità che è l’editore Adelphi, che a oggi pubblica tutti i suoi testi. Non un romanzo questa volta, bensì una raccolta di potenti prose poetiche, molto brevi, il cui filo conduttore è tenuto in mano da un unico particolare protagonista, il bianco. Questo colore non colore (almeno nel senso fisico) metaforicamente dà concretezza allo spirito della sorella maggiore dell’autrice, morta poche ore dopo il parto. Kang cerca, per mezzo della finzione letteraria, di “avvicinarsi” a lei, a quella piccola vita che ha abbandonato il suo posto nel mondo per lasciarle spazio, in modo da darle la sua possibilità di vita. Lo fa descrivendo con parole di alto lirismo oggetti, elementi naturali, sensazioni, cibi che hanno a che vedere appunto con il bianco, simbolo di purezza e innocenza, al pari dei neonati. Zollette di zucchero, sale, luce, brina, nuvole di fiato, ossa, latte materno, neve, la spuma delle onde del mare e altro rammentano così al lettore i poteri curativi della bianchezza nell’affrontare le crepe della memoria, nel sopportare il suo consistente peso. Perché, in fondo, il messaggio finale di questo volumetto è semplice: «Ci sono ricordi che il tempo non intacca. E nemmeno il dolore. Che il tempo e il dolore, come si dice, sbiadiscono e distruggono tutto, non è vero».
La recensione è tratta dal n.12 di "Quindici" del 29 gennaio 2026