Sanità

Il cardiochirurgo Christiaan Barnard, pioniere dei trapianti di cuore

 

Era considerato dai suoi contemporanei un visionario, un sognatore, un uomo che aveva un obiettivo impossibile: trapiantare un cuore. Da un essere umano a un altro essere umano. Eppure con la costanza, con la passione, con lo studio ci riuscì.

Da lì partì tutto, da Christiaan Barnard, il cardiochirurgo sudafricano che il 3 dicembre 1967, all’ospedale Groote Schuur di Città del Capo, il primo cuore umano lo trapiantò davvero, nell’incredulità della compagine scientifica internazionale dell’epoca e della sua equipe, composta dal fratello Marius e da altri trenta medici, specializzandi e infermieri. Nove ore di intervento, finalmente su un paziente vero, lo sportivo lituano Louis Joshua Washkansky, dopo anni passati a sezionare e a sperimentare l’operazione su cani (fallendo sempre), scimpanzé, babbuini e oranghi. Il paziente sopravvive, il cuore riprende il suo solito battito ritmato e la notizia fa il giro del mondo. Diciotto giorni dopo si manifestano i primi sintomi di quella che sarà poi identificata come sindrome da rigetto e il paziente muore di polmonite bilaterale, causata dalle massicce dosi farmaci immunosoppressori necessari a contenere la naturale reazione del corpo all’organo estraneo. Barnard non si dà per vinto, continua a operare, a buttarsi a capofitto nella ricerca. Riesce persino a eseguire un intervento simbolico per l’epoca, in piena apartheid. Trapianta un cuore da un nero a un bianco, come a dimostrare la sostanziale eguaglianza che tra gli uomini si vede, o si dovrebbe vedere, sia nel suo aspetto esterno sia negli organi indispensabili alla vita.
E ancora oggi, nonostante i passi da gigante della ricerca, nonostante la standardizzazione dell’intervento, la scoperta di nuovi farmaci meno invasivi antirigetto, la sopravvivenza aumentata esponenzialmente, ecco, ancora oggi, quando si parla di trapianti la mente non può tornare a Barnard, che operò fino 1983, quando fu costretto a ritirarsi dal dipartimento di chirurgia cardio toracica del suo ospedale per una malattia che lo colpì nel suo punto più forte, che a causa dell’artrite reumatoide si trasformarono nel suo tallone d’Achille: le sue mani.