L'INTERVISTA

Sofia Martin Suarez, in redazione (foto di Federica Cecchi)

 

«Se ci pensiamo bene, donare gli organi è il gesto più semplice che una persona possa fare. Ed è l’ultimo atto d’amore. Ciò che conta di più è sensibilizzare la popolazione a questo grande atto di generosità. Che può cambiare la vita di molti altri essere umani. In Emilia-Romagna siamo fortunati, siamo una delle regioni più virtuose d'Italia per numero di donazioni, al sud la situazione è più complessa e bisogna fare sempre più informazione». Quando parla della sua professione ha gli occhi lucidi, Sofia Martin Suarez, cardiochirurga (prima in Italia a fare un trapianto di cuore nel 2007) responsabile dell’iter trapianti cardiaci all’Ircss Sant’Orsola di Bologna. Spagnola, nata in Francia e arrivata a Bologna a metà anni novanta per un Erasmus estivo. Non l’ha più lasciata, si è specializzata all’Alma Mater e da allora il tragitto da casa all’ospedale è il suo viaggio quotidiano. Un viaggio molto più lungo che solo materialmente inizia e finisce nel padiglione ventitré del Policlinico. «Nella vita non saprei fare altro – ha detto incontrando la redazione di Incronac@  – e all’interno dell’ospedale è un po’ come se fossimo in una grande famiglia. Lavorare in un’eccellenza come il Sant’Orsola porta ognuno di noi ad avere un grande senso di responsabilità, anche per mantenere l’eredità scientifica che nel corso degli anni ha fatto grande questa struttura, che in ogni reparto raggiunge livelli altissimi. E poi c'è Bologna che mi ha accolta ormai da trent'anni. Mi piace, ma mi manca il mare e, a volte, il sole».

Gesti quotidiani precisi e mai lasciati al caso che si coordinano tutti verso il medesimo obiettivo: garantire al paziente il miglior organo possibile. Sono coinvolte tutte le specialità della medicina, dagli infettivologi agli anatomopatologi. E poi i fisioterapisti, gli anestesisti, i perfusionisti (che si occupano della circolazione extracorporea), i cardiologi, i ginecologi (per accompagnare la paziente trapiantata nel percorso di gravidanza), gli infermieri, gli operatori socio assistenziali. «In Italia la sinergia e la ricerca sono di altissimo livello e non dimentichiamoci che, comunque, viviamo in un paese con un sistema sanitario privilegiato. Certo, i margini di miglioramento ci sono sempre, ma non posso essere estremamente critica sull’impianto generale del sistema. Considerate che un intervento del genere che in Italia è gratuito, in America costa tra i 300 e i 500 mila dollari». E Bologna, che l’ha adottata, con Martin Suarez all’inizio era stata un po’ diffidente. «I miei colleghi uomini mi guardavano e mi dicevano: non riuscirai mai a entrare alla scuola di specializzazione in cardiochirurgia, non opererai mai. E, invece, eccomi qua. Fino a pochi anni fa, il mio settore era appannaggio del genere maschile. Oggi la situazione è indubbiamente migliorata e anche i pazienti non guardano più stupiti quando si trovano di fronte una cardiochirurga». Una cardiochirurga che nella vita privata è una sportiva convinta e praticante e che al suo lavoro affianca la sua famiglia e le sue due figlie. «Sono una podista e una grande nuotatrice. Pensi che nell’estate del 2025 ho attraversato a nuoto lo stretto di Messina. E, poi, voglio sfatare un mito. Molti pensano che la chirurgia sia una questione di forza fisica, di muscolatura, ma non è così. È la delicatezza, insieme alla precisione, a fare la differenza».

La differenza che, tiene a ribadire ancora una volta, può essere fatta donando ancora di più gli organi, a maggior ragione oggi che, durante le procedure di rinnovo dei documenti di identità, viene fatta la specifica domanda. E la risposta dovrebbe essere una sola. La scienza, la medicina, la tecnica che in qualche modo si accompagnano ai sentimenti, all’empatia e alla compassione più concreta di quanto generalmente si immagini. «Dai amico riprenditi, che stai salvando una vita», è l’incoraggiamento che Sofia Martin Suarez fa al cuore appena trapiantato, nell’esatto momento in cui nel nuovo corpo che lo ospita sta per iniziare il suo battere ritmato. Lentamente, poi sempre con più decisione, poi finalmente regolare, di nuovo nella sua sede naturale, pronto a ridare vita a un corpo che senza di esso è un semplice ammasso di muscoli e di ossa. «È sempre un momento molto toccante e molto emozionante e, pensate, molti mi dicono che sono troppo sentimentale…».

 

L'intervista integrale uscirà sul Quindici del 26 febbraio