Il Quindici
Foto di un'ambulanza (immagine da Licenze Creative Commons)
C’è un paradosso sottile che nessuno ama nominare, ma che ormai serpeggia tra i corridoi del pronto soccorso e non solo. Chi è chiamato a salvare vite teme per la propria: un fenomeno che sfida logica e buon senso, un cortocircuito che rende vulnerabili proprio coloro che hanno messo la propria vita professionale a servizio delle emergenze altrui. Scene di aggressioni verbali e fisiche non sono episodi isolati: «Abbiamo normalizzato questo aspetto del nostro lavoro, noi siamo consapevoli che quando usciamo ci aggrediranno, almeno verbalmente, quello è garantito. Speri sempre che non capiti un’aggressione fisica», racconta un’operatrice del 118 di Bologna che lavora nel settore da sei anni. «I sanitari sono davvero poco tutelati, è sempre la tua parola contro quella di qualcun altro. Se rispondiamo all’aggressione è facilissimo finire in tribunale perché tendenzialmente si dà ragione al paziente», conclude. Le aggressioni al personale sanitario sono a oggi un fenomeno in crescita e spesso sottovalutato. L’ultima fotografia del fenomeno è restituita dai dati presentati dalla commissione Affari Sociali e Salute della Regione: oltre sette operatori sanitari aggrediti ogni giorno. Nel 2024 i casi segnalati sono stati 2.682, un aumento pari all’11,7% rispetto all'anno precedente, in cui si registrarono 2.401 casi. Una tendenza, dunque, in netta crescita in particolare per le aggressioni verbali (+12,5%), mentre calano quelle più gravi, di tipo fisico (-11,9%). Tuttavia, un operatore dell’ospedale civile di Baggiovara di Modena fa presente che nella loro struttura le segnalazioni dall’inizio dell’anno sono state solo 20 a fronte di 45.000 accessi, ma i dati risulterebbero falsati: «Le aggressioni verbali spesso vengono sottovalutate dagli operatori e non vengono denunciate». Entrando nel dettaglio, si osserva un calo di episodi negli ospedali e un aumento nei servizi territoriali. In particolare, l’area con maggiore prevalenza rimane quella psichiatrica, dove si verificano anche episodi di autolesionismo. Segue il Pronto soccorso e l’area dell’Emergenza-urgenza. Nel 2026, invece, sono state 65 le aggressioni al personale sociosanitario del 118, di cui 22 in ambulanza. Ha fatto da poco discutere il caso del giocatore della Virtus, Luca Vildoza e della moglie, arrestati (ma l’arresto non è stato convalidato) per avere aggredito una operatrice della Croce Rossa. Un’altra dipendente del 118 che preferisce rimanere anonima dice: «Mi è capitato di essere aggredita da un paziente schizofrenico con sindrome paranoide. Mi ha afferrato al collo e gettato a terra. Ho portato il collare cervicale e sono stata in prognosi per una settimana. Capita soprattutto di notte, quando i pazienti psichiatrici sono più agitati, e con quelli che noi chiamiamo codici 7, che riguardano persone che fanno abuso di sostanze. Una volta io e la mia collega in piazza Verdi siamo state costrette a chiuderci in ambulanza». Il decreto-legge n. 137 del 1° ottobre 2024 arriva come risposta diretta a un clima sempre più teso all’interno degli ospedali e delle strutture sociosanitarie italiane. Il governo ha scelto una via d’urgenza: un provvedimento snello, in quattro capitoli appena, che punta a rafforzare la protezione dei medici, infermieri, operatori socioassistenziali e di tutti coloro che prestano servizio in contesti di cura. In particolare, il decreto introduce una nuova fattispecie di reato per chi danneggia, con violenza o minaccia, beni e attrezzature all’interno di ospedali, ambulatori, Rsa, e strutture analoghe, pubbliche e private. Gli episodi in questione non saranno più considerati solo atti di vandalismo, ma atti più gravi. Il decreto, inoltre, inasprisce il trattamento penale per chi provoca lesioni, prevedendo aggravanti specifiche e l’arresto in flagranza di reato. Per ora il DL rappresenta un segnale forte da parte dello Stato, ma non si hanno ancora dati certi in merito alla diretta diminuzione dei casi. «A mio parere è cambiato poco in seguito al nuovo decreto-legge. L’inasprimento delle pene non disincentiva le aggressioni perché spesso si tratta di pazienti psichiatrici, alcolisti o che fanno abuso di sostanze, persone che agiscono d’istinto», ha detto l’operatore dell’ospedale Baggiovara. Al di là delle disquisizioni teoriche, è importante che il professionista sanitario sappia come si può tutelare in caso di aggressione. Ci sono tre ambiti da valutare: il procedimento penale nei confronti dell’aggressore, la potenziale richiesta per il risarcimento dei danni fisici subiti e l’eventuale responsabilità dell’azienda per non aver adottato le norme necessarie a garantire la sicurezza del lavoratore. L’azienda Usl di Parma, così come altre realtà regionali, mette a disposizione una piattaforma online in cui l’operatore aggredito fisicamente o verbalmente può rilasciare una dichiarazione anonima, indicando i bisogni di assistenza attivabili, che possono essere di tipo medico, psicologico, psichiatrico o legale. Anche il superiore gerarchico viene informato, in forma anonima, che un proprio collaboratore ha inviato una segnalazione. Nel caso in cui l’aggredito preferisca non usufruire della piattaforma online, può rivolgersi al Comitato unico di garanzia aziendale, per aggressioni e discriminazioni di genere, o al Pronto soccorso o avviare autonomamente un percorso giudiziario tramite denuncia. Il 118 di Bologna (diviso in quattro postazioni distinte: Blu che corrisponde all’Ospedale Maggiore, Blu 2 Sant’Orsola, Blu 3 la postazione al Bellaria di San Lazzaro e Blu 4 che corrisponde a Corticella) non dispone di sportelli ad hoc. L’azienda mette a disposizione uno psicologo del lavoro, ma è bene notare come il consulto psicologico sia a esclusiva richiesta dell’operatore. Diverse le misure discusse per arginare il problema. Il Veneto e il Lazio stanno sperimentando il sistema delle body cam. In Emilia-Romagna non sono ancora attive però la discussione è aperta. «Io credo che i tempi siano ancora lunghi, si deve fare i conti con una spesa ingente e c’è anche tutta la questione della privacy che va valutata» racconta un infermiere di ambulanze all’ospedale di Ravenna. «Chiediamo, inoltre, che sia prevista la vigilanza in ogni pronto soccorso della provincia come elemento di deterrenza essendo i Ps alcuni dei luoghi più caldi per questo problema» spiega un sindacalista dell’ospedale Baggiovara di Modena. Per il momento a Bologna si è introdotto un sistema di allarme capillare: trenta pulsanti rossi a disposizione dei sanitari per allertare in modo immediato la polizia in caso di aggressione al personale sanitario. C’è chi poi ha messo in atto delle misure alternative: «La mia azienda, da due anni, ha aperto dei corsi extra di difesa personale, non sono obbligatori ma c’è una partecipazione altissima soprattutto femminile, perché le aggressioni coinvolgono per lo più le donne. Per questo si tende a evitare una coppia di operatrici su un mezzo» racconta una lavoratrice del 118 di Bologna. In conclusione, gli interventi introdotti finora non hanno ancora prodotto un cambio di tendenza misurabile, e nelle diverse realtà sanitarie il fenomeno continua a presentarsi con dinamiche simili, tra segnalazioni, episodi ricorrenti e protocolli ancora in fase di consolidamento. Le prossime rilevazioni diranno se gli interventi introdotti riusciranno a incidere su un problema che, numeri alla mano, rimane strutturale e diffuso.
L'articolo è tratto dal n.12 di "Quindici" del 29 gennaio 2026