Il quindici
Negozio "Goochie" (foto concessa dalla proprietaria, Daniela Guccini)
In vetrina, una televisione a tubo catodico trasmette un cartone animato, la pila di videocassette è pericolante sullo scaffale accanto. Un manichino con dei fuseaux fucsia dà il benvenuto da “Goochie”. Sullo sfondo il colore rosa Big Babol fa sognare i nostalgici di Grease. Macchine fotografiche analogiche sono pronte a tornare in vita e fuori dal negozio, grazie a Daniela Guccini, la proprietaria. Le persone entrano ed escono con buste di plastica azzurre. Dentro il negozio in via Lame 33/a, mucchietti di vestiti e gadget come Polly pocket, walkman e Tamagotchi dalla scorsa settimana con un saldo fuori tutto. A metà tra una bancarella dove, negli anni Ottanta, si vendevano «le robe americane» e la camera da letto di un’adolescente appassionata di pop star, “Goochie” è nato per inseguire i ricordi dei Millenial e per accompagnare l’espressione delle nuove generazioni.
Il vintage, Daniela lo sa bene, piace a tutti, e i numeri le danno ragione: secondo l’undicesima edizione dell’Osservatorio Second Hand Economy realizzato da BVA Doxa per Subito.it, nel 2024 il mercato dell’usato in Italia ha raggiunto un valore di circa ventisette miliardi, pari all’1% del Pil, con oltre 27 milioni di persone che hanno comprato o venduto beni di seconda mano almeno una volta nell’anno, e per la prima volta l’online ha superato l’offline. “Goochie”, in slang statunitense richiama all’euforia. Che è un po’ la sensazione che camicie psichedeliche e paillettes suscitano in chi di questa moda di oggi non sa che farsene, ma è anche l’effetto della “caccia al tesoro” che molti studi individuano come una delle spinte emotive principali del mercato dell’usato: trovare il pezzo giusto in mezzo a una rastrelliera vale quanto, se non più, il risparmio sul prezzo. «Ho vissuto il vintage quando il vintage non esisteva», racconta Daniela che da Corigliano d’Otranto si è trasferita a Bologna per studiare, prima al Dams e poi all’Accademia delle Belle Arti. «Accompagnavo mia madre al mercato del paese, dove arrivavano quelle che chiamavamo “le robe americane”. Erano kitsch e spregiudicate per il tempo e il luogo in cui vivevamo, ma ci restituivano un senso di libertà». La stessa che, insieme ai lustrini, scende dalle pareti del negozio. Ma il viaggio che ha fatto questa libertà è molto più lungo. Un’adolescente che sognava nella sua stanza un po’ da bambina e un po’ no. Un giorno, quella cameretta ha fatto le valigie ed è salita su un regionale insieme a Daniela per arrivare in via Lame. Mentre lo racconta, c’è la confusione di una grande festa, tra la musica pop di “Goochie” e il viavai di persone che entrano anche solo per guardare un passato a portata di mano e non convenzionale. Un porto cittadino, ma invece delle barche, a imbarcarsi sono i vestiti che, dietro un camerino dalle tende di velluto rosso, portano lontano.
«Qui le persone si sentono a casa perché è la sensazione di casa quella di cui avevo bisogno io da adolescente» e, allora, non è solo una questione di moda, ma “Goochie” è una capsula del tempo. Molto cool, siamo d’accordo, ma anche perfettamente dentro una tendenza più ampia. L’usato è ormai il terzo comportamento sostenibile più praticato dagli italiani, dopo la raccolta differenziata e il risparmio energetico. E vede nell’abbigliamento la sua predilezione. «I miei vestiti sono no-gender perché questo è uno spazio d’inclusività senza segreti e sottotesti», allo stesso modo, non c’è un target. Le rastrelliere non sono divise secondo la logica binaria uomo-donna, ma sono organizzate in ordine di tessuto, colore e vibe. Così un blazer maschile anni Novanta finisce sulle spalle di una persona non-binary che lo abbina a un top di paillettes, mentre una camicia di seta dalle stampe barocche passa dal guardaroba di uno studente a quello di una signora nostalgica della propria gioventù. E non è un caso che un posto così sia nato proprio a Bologna, città storicamente abituata ai mercati e alle seconde occasioni. Basti pensare alle bancarelle in Montagnola e in piazza Santo Stefano durante il fine settimana che richiamano appassionati d’antiquariato, giovani studenti che scelgono una moda sostenibile o semplicemente curiosi. Oltretutto, Bologna e – in generale l’Emilia-Romagna – è diventata un laboratorio di economia circolare applicata al settore tessile. Basti pensare alle tonnellate di indumenti riposti nei cassonetti gialli che sono raddoppiati nel corso di pochi anni. Secondo un’indagine del Gruppo Hera, solo quest’anno sono stati raccolte all’interno dei contenitori quattro tonnellate di vestiti. Un numero che racconta da un lato il triste e incalzante leitmotiv del fast-fashion, dall’altro una crescente attenzione verso il riciclo e il riuso. I dati europei hanno messo in luce che ogni anno nei Paesi dell’Unione si producono circa sei milioni di tonnellate di rifiuti tessili, pari a undici chili a persona, e solo una quota ridotta viene intercettata per il riuso o il riciclo, mentre il resto finisce in discarica o all’inceneritore; allungare la vita dei capi attraverso il second hand è quindi una delle leve più immediate per ridurre l’impatto ambientale della moda, tanto che dal 2022 la raccolta differenziata dei tessili è diventata obbligatoria anche in Italia. In questo senso, negozi come “Goochie” – che a Bologna sono sempre meno rari – sono il volto pop di una trasformazione ben più grande. Lo si osserva sulle piattaforme digitali specializzate nel re-selling di abiti e accessori, e negli indirizzi di quartiere che diventano luoghi di socialità e narrazione. E se per anni il vintage è stato appannaggio di pochi adepti, millennials e Gen Z lo stanno trasformando in una vera e propria tendenza. La Circular Fashion Survey di PwC sulle nuove generazioni nel 2024 il 70% dei giovani ha acquistato prodotti di seconda mano, con un incremento di 19 punti rispetto all’anno precedente motivato soprattutto dal risparmio e dalla possibilità di accedere a dei marchi che altrimenti fuori budget, ma con una quota in forte crescita che cita la sostenibilità e la volontà di ridurre gli sprechi tra le ragioni principali della scelta. Per molti under 30, insomma, l’usato non è più il “piano B” ma un modo di fare shopping, e il negozio fisico diventa il complemento di un ecosistema digitale in cui i capi vengono comprati, rivenduti e raccontati. Dentro “Goochie” c’è di tutto: dagli anni Ottanta agli anni Duemila. Questi ultimi sempre più in voga tra le nuove generazioni che ricercano jeans a vita bassissima, cinture gioiello, e gonne da indossare rigorosamente sopra i pantaloni. Nei report di settore lo stile Y2K è indicato come uno dei trend più ricorrenti tra i contenuti moda condivisi online dalla Gen Z, e la domanda per questi capi aumenta sia sulle app di re-selling sia nei negozi fisici. “Goochie” è una storia divertente, un cartone animato che passa ininterrottamente ed è anche un posto che dice la verità. Mette in scena, nel raggio di pochi metri, una parte dell’economia circolare di cui parlano report e piani europei, ma in forma di cameretta condivisa, dove l’espressione di sé, l’attenzione all’ambiente e il portafoglio degli studenti trovano – per una volta – un divertente compromesso.