MONDO
Agenti Ice (foto Ansa)
Tre sparatorie in venti giorni, due cittadini americani uccisi davanti agli occhi di tutti - grazie ai social e ai media - rastrellamenti nelle case e un’intera città in stato di choc. In meno di un mese Minneapolis è diventata il teatro di scontro tra potere e diritti civili, un vero e proprio laboratorio per misurare i limiti del governo federale. Le reazioni alle violazioni commesse dagli agenti dell’Ice, infatti, non sono arrivate solo dai democratici progressisti anti-Trump, ma hanno coinvolto anche settori del mondo conservatore americano. È il segno di una nazione davanti a un bivio, dove la battaglia non si gioca più nell’opposizione tra democratici e repubblicani, ma che vede schierati insieme moderati, liberali e alcuni repubblicani locali contro ripetute violazioni dei diritti fondamentali. Perfino una parte delle grandi società della Silicon Valley è uscita allo scoperto, rivolgendo oggi un appello al presidente Trump: «Sono affranto, è l’ora di una de-escalation», ha scritto Tim Cook di Apple in un messaggio rivolto ai dipendenti, che fa eco a quello di Sam Altman di OpenAi.
Il Minnesota è finito nel mirino della Casa Bianca all’inizio di dicembre, quando una delle più vaste operazioni anti-immigrazione degli ultimi anni negli Stati Uniti ha portato all’arresto di migliaia di persone nelle Twin cities, le città gemelle, Minneapolis e St Paul. L’operazione ha avuto origine da uno scandalo legato all’uso di sussidi pubblici che ha coinvolto anche la comunità somala del Minnesota, composta da circa 80mila membri. Secondo il presidente Donald Trump si sarebbe trattato di una maxitruffa ai danni dei fondi pubblici, per un valore di nove miliardi di dollari, sottratti ai finanziamenti legati all’emergenza Covid. Di tutt’altro avviso il governatore Tim Walz, che ha denunciato l’intervento federale come un pretesto per irrigidire ulteriormente la politica migratoria dell’amministrazione. Dal primo dicembre Minneapolis, città natale di Prince e casa per un giovanissimo Bob Dylan, è stata di fatto assediata dagli agenti dell’Ice: armati e mascherati, hanno condotto per settimane perquisizioni e controlli a tappeto, entrando nelle case e fermando le persone per strada. L’operazione ha raggiunto il suo punto più drammatico il 7 gennaio con l’uccisione di Renée Good, trentasettenne cittadina statunitense uccisa nella sua macchina da un agente Ice, seguita, due settimane più tardi, da quella di Alex Pretti, infermiere statunitense di 37 anni, ucciso a colpi di arma da fuoco da agenti della Border Patrol. In risposta alle grandi pressioni esercitate dalla comunità cittadina, da artisti e attori che hanno denunciato le atrocità commesse dall’Ice, dopo un braccio di ferro con il sindaco Jacob Frey, è stato fatto un primo tentativo di retromarcia. Il direttore dell’agenzia Gregory Bovino è stato rimosso martedì dal suo incarico a beneficio di Tom Homan, «lo zar dei confini», un altro fedelissimo di Trump ma dalla faccia più pulita. «Non è una ritirata, ma un cambiamento», ha detto ieri il tycoon in un'intervista a Fox News, consapevole però che la sua stessa narrazione dell’immigrazione, dopo Minneapolis, non regge più.
«Nostra Minneapolis, sento la tua voce/ Cantare attraverso la nebbia di sangue/ Prenderemo posizione per questa terra/ E per lo straniero tra noi». Dedicata a chi si oppone all’«esercito privato di re Trump del Dipartimento per la Sicurezza Interna», Bruce Springsteen ha pubblicato ieri la canzone “Streets of Minneapolis”, una ballata in memoria di Alex Pretty e Renee Good. Un canto invernale per una città ferita, che si chiude con l’invito: «Restate liberi».
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