Le testimonianze
Una manifestazione anti-Ice a Minneapolis (foto Ansa)
«Adesso quando esco porto sempre con me la green card. Qui si vive in un costante stato di allerta perché devi essere pronto a dimostrare di avere i documenti in regola». Lorenzo Fabbri vive da vent’anni negli Stati Uniti e da dieci insegna filosofia e cinema all’Università del Minnesota. Il clima di paura che si respira a Minneapolis da inizio anno, quando i rastrellamenti e le aggressioni degli agenti Ice hanno sconvolto la città, lo riportano a sei anni fa, all’omicidio per strada di George Floyd da parte dell’agente di polizia Derek Chauvin. «Siamo tutti intimoriti e preoccupati da questa occupazione da parte delle forze federali. Sentiamo notte e giorno gli elicotteri che pattugliano la città, sembra di essere in un campo di guerra. È una situazione che tocca tutti – aggiunge Fabbri – e anche i cittadini americani, se escono, si portano dietro il passaporto. E comunque la gente, prima di uscire, ci pensa due volte». Nonostante la comunità italiana sia privilegiata rispetto ad altre minoranze, racconta il professore, comunque la consapevolezza di essere in balìa di uomini col volto coperto inviati dalla Casa Bianca c’è. Un senso di impotenza che ha cambiato la quotidianità di chi vive a Minneapolis. «Per fortuna non ho avuto incontri ravvicinati - racconta - ma c’è un clima d’ansia generale. Ieri, per esempio, mentre insegnavo, ha iniziato a girare una mail sulla presenza di alcuni agenti dell’Ice nel campus. Non si sa se fosse vero o falso, comunque ha influenzato la serenità della giornata».

Giubbotto indossato da alcuni cittadini di Minneapolis (foto di Stefania Pirari)
In un simile stato di allerta vive Stefania Pirari, responsabile di un negozio di bricolage, arrivata a Minneapolis per amore sette anni fa. «Prima non mi portavo mai dietro la green card, ma ora quando esco ce l’ho sempre, insieme alla carta d’identità del Minnesota e il passaporto italiano – racconta descrivendo il terrore degli ultimi giorni –. È assurdo, possono fermarti in qualsiasi momento e solo per il colore della pelle, perché potresti sembrare sudamericano. A molti di loro, anche se erano cittadini americani, è stato detto che il loro passaporto era falso». A spaventare Pirari, soprattutto, è l’impunità in cui questi «squadroni della morte» agiscono, seminando il panico in città. «Ti fermano in tre o quatto, mascherati, con le pistole in mano. Magari uno è nervoso, si crea una situazione di casino intorno, non sai quello che può succedere. Io ho paura, non volevo prendere la cittadinanza ma mi stanno costringendo a farlo». Le scene che Pirari descrive sono surreali: agenti che fermano le persone solo per sentirne l’accento e dedurne la nazionalità, supermercati svuotati, nessuno che esce la sera, cittadini americani che vanno in giro con il certificato di nascita. «Inizialmente entravano nelle case della gente sfondando le porte. Poi è venuto fuori che per entrare dovevano avere il permesso del giudice e si sono inventati un'altra strategia: attivavano l'allarme antincendio dei palazzi così le persone erano obbligate a scappare fuori, e loro erano lì ad aspettarli in macchina».

Stefania Pirari a Minneapolis (foto concessa dall'intervistata)
Nonostante le aggressioni sempre più frequenti e le violenze intollerabili, la comunità di Minneapolis, devastata, ha dato una risposta forte e compatta al governo federale. «La città ha avuto la forza di reagire, è molto unita – aggiunge Fabbri a proposito dell’enorme mobilitazione cittadina –. C’è stata una pressione costante per questa situazione e venerdì scorso sono arrivate moltissime persone, anche da altri stati, nonostante il freddo, perché qua fanno -20 gradi. Venerdì 30 ce ne sarà un’altra, speriamo altrettanto grande».