Giorno della Memoria
La mostra: “Gerarchi in fuga: dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse” esposta al museo ebraico (foto di Federica Cecchi)
“Gerarchi in fuga: dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse” è il titolo della mostra al Museo Ebraico pensata per il Giorno della Memoria, e ricostruisce le reti di complicità e i percorsi che permisero a migliaia di criminali di guerra di sottrarsi alla giustizia internazionale. Dopo ottant’anni dal 27 gennaio 1945, il giorno in cui l’Armata Rossa liberò il campo di sterminio di Auschwitz rivelando al mondo l’orrore della Shoah, il polo museale dedicato alla cultura ebraica, ha scelto di interrogarsi su ciò che avvenne dopo la fine della guerra anziché durante.
Visitabile fino al 30 giugno 2026, l'esposizione - curata da Francesca Panozzo, Emanuele Ottolenghi e Ivan Orsini - si presenta come un’indagine documentaria supportata da un’ampia raccolta di materiali grafici e fotografici. L’obiettivo è affrontare un tema complesso e spesso poco raccontato: il destino dei gerarchi nazisti dopo il collasso del Terzo Reich.
Il percorso si articola in un unico itinerario che affronta diversi temi. Il primo è dedicato al tramonto del nazismo e all’inizio delle fughe. Difatti, la fine del conflitto mondiale non coincise con la fine della parabola dei suoi protagonisti: se alcuni dei principali responsabili furono processati a Norimberga, moltissimi altri riuscirono invece a far perdere le proprie tracce. Alcuni tornarono semplicemente a casa, vivendo indisturbati per anni; altri scelsero l’esilio, animati non solo dal desiderio di sfuggire alla giustizia, ma anche dalla speranza di una futura rinascita del regime.
Un capitolo centrale della mostra riguarda il ruolo dell’Italia, uno degli snodi fondamentali delle rotte di fuga, attraverso le cosiddette Ratlines, organizzazioni clandestine come Odessa (Organisation der ehemaligen SS-Angehörigen, rete di ex membri delle SS) o Stille Hilfe che operarono come vere e proprie agenzie di viaggio per nazisti in fuga, fornendo loro assistenza logistica, documenti falsi e contatti per l’espatrio.
La mostra conduce poi i visitatori verso le principali mete d’esilio, in particolare l’Argentina e il Sud America. Il regime di Juan Domingo Perón organizzò una vera e propria rete di accoglienza per ex nazisti, attratti come tecnici e militari utili alla modernizzazione del Paese. Tra coloro che trovarono rifugio oltreoceano figura Adolf Eichmann, ufficiale delle SS e principale responsabile della deportazione di milioni di ebrei nei campi di sterminio, che visse sotto falso nome fino alla sua cattura.
Accanto a lui compaiono nomi come Erich Priebke, capitano delle SS coinvolto direttamente nel massacro delle Fosse Ardeatine del 1944 a Roma, e Josef Mengele, medico del campo di Auschwitz noto come “l’angelo della morte” per i suoi esperimenti disumani sui deportati. Viene ricordato anche Aribert Ferdinand Heim, medico delle SS soprannominato “il dottor Morte”, responsabile di torture e uccisioni nel campo di Mauthausen.
Un’attenzione particolare è, infine, dedicata alle donne del Reich, un capitolo spesso rimosso dalla memoria collettiva. Nel 1939 la popolazione tedesca contava infatti quasi 40 milioni di donne, un terzo delle quali era attivamente impegnato nelle organizzazioni nazionalsocialiste; oltre 3.500 lavoravano come sorveglianti nei campi di concentramento. A differenza di molti colleghi uomini, numerose donne riuscirono a evitare processi e fughe organizzate, reinserendosi nella società del dopoguerra, spesso semplicemente cambiando cognome attraverso il matrimonio.
Il progetto espositivo riporta così alla luce un tema rimasto a lungo nell’ombra. Tuttavia, dal punto di vista dell’allestimento, l’esposizione fatica a coinvolgere pienamente il pubblico: la scarsa interattività e la presenza esclusiva di pannelli descrittivi possono rendere la visita impegnativa, nonostante la forza e la rilevanza dei contenuti proposti.