Il quindici

Il grande scrittore e semiologo Umberto Eco (foto Ansa)

 

“Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto.” Il bene di un libro. Questa citazione può davvero essere presa per una massima di felicità per tutti i folli amanti della lettura, appellativo che calzava alla perfezione a Umberto Eco, autore di questo passaggio tratto dal suo immortale capolavoro, il romanzo “Il nome della rosa”.

La vita di Eco – e lo si può dire con assoluta convinzione – è stata interamente dedicata alla parola scritta, ai segni e ai significati, all’esaltazione di quello stesso oggetto libro che ha fatto e continua a fare la storia della conoscenza umana. Semiologo, linguista, medievista, massmediologo, saggista e romanziere, con alle spalle una produzione letteraria imponente, unica e inclassificabile, dati i numerosi ambiti della sapienza che ha saputo avvicinare e sondare. Tutto questo era Eco. Un risultato impressionante, degno di un “uomo universale”, come ce ne sono stati pochi nel galoppare dei secoli, una breve lista che annovera menti del calibro di Leonardo Da vinci e Goethe. E se per alcuni l’epiteto di uomo universale può risultare eccessivo, di certo si può asserire che fosse degno almeno del Premio Nobel, mai concesso dall’Accademia svedese.

Umberto Eco è morto la sera del 19 febbraio 2016 nella sua casa di Milano, situata di fronte a sua maestà il Castello Sforzesco. Aveva 84 anni e già da tempo soffriva di un cancro al pancreas. Tra un mese ricorrerà l’anniversario della morte, dieci anni esatti, e, tenendo conto delle sue istruzioni, sarà finalmente possibile svolgere eventi, seminari e lectio magistralis sui suoi scritti. Bologna in questo senso non è di certo rimasta indietro, memore di tutto quello che lo studioso ha fatto e ha rappresentato per lei e per l’università.

E iniziamo infatti proprio con l’Alma Mater, pronta a chiamare docenti ed esperti da ogni angolo del globo per una rassegna di tre giorni a maggio, dal 27 al 29, dal titolo “Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo”. Un convegno scientifico che si prepara a essere il primo dedicato alla sua persona e alla sua eredità, attraverso dei dibattiti su sei ambiti selezionati, ovvero narrativa, interpretazione e traduzione, semiotica, filosofia e storia delle idee, medievistica e mass media. Si attende, in più, il termine dei lavori per l’allestimento della “Biblioteca Eco”, in piazza Puntoni, per raccogliere e analizzare la generosa fetta del suo tesoro librario e archivistico. Questo fatto sicuramente ispirerà un generoso quantitativo di seminari.

C’è poi l’idea del professor Roberto Grandi, massmediologo, ex presidente di Istituzione Bologna Musei, amico e collega del celebre scrittore, su un “ritrovo” telematico di 24 ore in diretta per la giornata del 19 febbraio, un insieme di interventi via web per rendere viva la sua memoria. Una rete capillare attiva in tutto il mondo in grado di partire dal fuso orario delle nazioni dell’Oceano Pacifico, e il tutto grazie alla collaborazione della Fondazione Umberto Eco, a Milano, e la Bottega Finzioni qua a Bologna. «Sarà una giornata di festa in cui potranno intervenire su invito della famiglia non degli accademici ma persone che sono state vicine a Umberto, amici che ha incontrato durante la sua vita e persino selezionati lettori. È una sorta di prendere sul serio, seppur paradossalmente in maniera scherzosa, quello che aveva detto lo stesso Umberto, cioè di non parlare per dieci anni delle sue opere, perché ci vogliono almeno dieci anni per far sedimentare il significato contenuto in esse», chiarisce Grandi.

E alla domanda sul suo ricordo dell’amico, il professore risponde così: «Ci siamo incontrati nel ’72, a ormai Dams iniziato. Io mi ero laureato da poco. Sono talmente tanti i decenni passati al fianco di Umberto, sempre assieme in dipartimento. Quando nel ’78 ho passato un intero anno all’estero, in America, all’Università della Pennsylvania, e alla fine mi hanno proposto di restare lì, io ho rifiutato, ho preferito tornare e continuare a insegnare a Bologna. Una delle ragioni era perché là c’era Umberto. Non mi sono mai pentito di questa scelta. Umanamente era una delle persone più libere e ironiche che ci fosse; era tutt’altro che un accademico, era un uomo che aveva barzellette su qualsiasi cosa. Aveva un’ironia acutissima e godibilissima».

Di lui una vivida immagine ce l’ha pure Elisabetta Sgarbi, prima direttrice editoriale di Bompiani, poi fondatrice e direttrice della Nave di Teseo, realtà editoriale nata il 23 novembre del 2015.

Lo stesso Eco aveva contribuito, assieme ad altri scrittori e intellettuali, a darle vita, in primis con la scelta del nome, tratto da un brano di Plutarco. Non a caso i primi due titoli pubblicati dalla casa editrice, a febbraio del 2016, pochi giorni dopo la morte di Eco, sono stati due suoi testi, le raccolte di articoli, saggi e prose varie “Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida” e “Come viaggiare con un salmone”. «Il ricordo che ho di Umberto – dice Sgarbi – non può che essere quello dei giorni della fondazione della Nave di Teseo (con sede a Milano in via Jacini, vicino alla casa di Eco, ndr). Sapeva di non avere molto tempo davanti a sé, la malattia lo mordeva. Eppure volle fare un gesto pieno di futuro, fondare una nuova casa editrice. Era consapevole di quanto fosse difficile farlo da zero.

Anzi, il giorno prima, a casa mia, disse proprio “è una follia”. Ma il giorno della fondazione, il 23 novembre, disse anche “lo faccio perché si deve, e per i miei nipoti”». E dopo la morte a febbraio. «Ci sentimmo tutti, improvvisamente, smarriti. La notizia arrivò alla sera. Poi i telegiornali, poi tutto il mondo. La nostra reazione però fu immediata, e segnò l’inizio, vero, della Nave». Oggi la Nave di Teseo detiene i diritti delle sue opere e dal 2016 è partito un lungo percorso di riedizione di esse, facendo calare il sipario sul predominio di Bompiani. Sono un esempio di ciò i romanzi “Il nome della rosa”, “Il pendolo di Foucault”, “L’isola del giorno prima”, “Baudolino”, o i saggi “Trattato di semiotica generale”, “Lector in fabula”, “Sei passeggiate nei boschi narrativi”, “A passo di gambero”, per citarne alcuni.

Per onorarlo, Sgarbi ha annunciato la pubblicazione di un nuovo progetto a firma del geniale semiologo. «“L’umana sete di prefazioni”. È un libro molto curioso, che raccoglie una selezione delle più belle prefazioni di Umberto, testimonianze della sua attenzione al mondo che lo circondava, e della sua generosità». Inoltre, la direttrice ha rammentato l’uscita recente del secondo capitolo, per i tipi di Oblomov, della graphic novel de “Il nome della Rosa”, una creazione del rinomato fumettista Milo Manara. «Un’impresa straordinaria, in corso di traduzione in 28 paesi. Sono certa che a Umberto sarebbe piaciuta moltissimo, perché Manara ha portato nel leggendario monastero il suo erotismo».

Non rimane che attendere l’arrivo di tutti questi appuntamenti che animeranno la città, ponendo l’accento su un corpus di carta destinato a far parlare di sé per molto, molto tempo, nel segno del carisma immortale di Eco. Ma del resto, non si poteva fare altrimenti, parliamo di un personaggio che nell’arco della sua vita ha lavorato in Rai, diretto la Bompiani dal 1959 al 1975 (casa editrice che ha pubblicato tutti i suoi libri fino a qualche anno fa) e collaborato con testate nazionali e internazionali – indimenticabile la sua famosa rubrica “La bustina di Minerva” su “L’Espresso”, attiva dal 1985 fino alla sua scomparsa. Eco è stato un uomo che ha saputo offrire una visione lucida e innovativa su varie e interessanti discipline, dalla semiotica alla filosofia medievale, dai mass media alla cultura popolare. Tutte branche che già in qualche modo “macinava” negli anni della sua carriera universitaria, prima a Torino, poi a Milano e Firenze, fino ad approdare, appunto, a Bologna.

Ecco, Bologna, un legame fortissimo che merita di essere ricordato nel dettaglio. Sebbene nativo piemontese, della storica città di Alessandria (vi era nato il 5 gennaio 1932), Eco ha lasciato un segno profondo qui. Primo grande momento della sua avventura per le strade della Turrita la nascita nel 1971 del Dams (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo). Percependo le potenzialità didattiche del nuovo corso, che univa lezioni frontali a laboratori e seminari, si arruolò senza indugio nell’iniziativa. Nel 1975 l’ottenimento della cattedra di semiotica, e da lì un insegnamento assiduo fino al 2007, per raggiunti limiti d’età. In questi decenni di successi ce ne sono stati. Basta segnalare la direzione dell’Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo, dell’indirizzo di Scienze della Comunicazione, la fondazione della Scuola Superiore di Studi Umanistici e del Master in Editoria Cartacea e Digitale, chiamando a raccolta da tutta la Penisola una delle risorse più preziose di Bologna, gli studenti, oggigiorno non proprio considerati a dovere dalle amministrazioni locali. Sempre in questo periodo, un ulteriore passo da parte sua verso un mondo diverso: la narrativa.

Nel 1980 Bompiani pubblicò il suo primo romanzo, “Il nome della Rosa”, un giallo storico ambientato nel Medioevo, in un monastero benedettino, che però contiene elementi di filosofia, filologia, teologia. Il romanzo vincerà l’anno seguente il Premio Strega e finirà per essere tradotto in quasi 50 lingue, divenendo un best seller internazionale e quello che più identifica ai lettori odierni la figura di Umberto Eco. Cosa che non gli faceva tanto piacere, consapevole dell’ombra che alcune storie gettano sul resto della produzione di uno scrittore. Dopo il suo ritiro dall’ambito accademico, la città lo ha onorato con il Sigillum Magnum e nominandolo professore emerito. Inoltre, dopo la morte, è venuta la dedica a suo nome della piazza coperta della Biblioteca Salaborsa. Sono solo alcuni dei numerosi onori concessi da Bologna al suo illustre cittadino adottato anni addietro.

Del 2021 invece la rilevante concessione da parte dei familiari di una sostanziosa parte della sua immensa biblioteca – circa 50.000 volumi – all’Alma Mater. Tanti volumi, antichi e moderni, per una singola esistenza vissuta nell’agnostica e inguaribile fede della bibliofilia, la migliore via per lui per raggiungere una forma di immortalità. Eco era un divoratore di pagine il cui accumulo di sapere veniva praticato in vista di una nutrita scorta per la propria salute; in sostanza, una meravigliosa cura per l’anima. Le sue parole sul tema sono chiare e indelebili: «È sciocco pensare che si debbano leggere tutti i libri che si comprano, come è sciocco criticare chi compra più libri di quanti ne potrà mai leggere. Sarebbe come dire che bisogna usare tutte le posate o i bicchieri o i cacciavite o le punte del trapano che si sono comprate, prima di comprarne di nuove.

Nella vita ci sono cose di cui occorre avere sempre una scorta abbondante, anche se ne useremo solo una minima parte». Un’altra massima di felicità per chi sa vivere sul serio l’esperienza sacrale della lettura e diffida dalla gente che legge una storia per poi accantonarla e dimenticarla come un normalissimo suppellettile. Chi fa ciò, ci dice ancora Eco, «applica ai libri la mentalità consumista, ovvero li considera un prodotto di consumo, una merce. Chi ama i libri, sa che il libro è tutto fuorché una merce».

 

L'articolo è tratto dal n.11 di "Quindici" del 15 gennaio