giustizia

Un'immagine aerea del centro della città (foto Creative commons)

 

 

All’ombra delle Due Torri, il referendum sulla giustizia non passa inosservato. E i bolognesi sono orientati per il no. Da un piccolissimo sondaggio su cento cittadini consultati a due mesi dal voto sotto le Torri, nelle piazze e nelle vie del centro, e che non ha alcuna pretesa di valore statistico, emerge che 53 si esprimeranno per il no alla riforma prevista dalla Legge Nordio, 10 sono favorevoli. Un dato da evidenziare è che sono però 37 quelli che hanno risposto che ancora non sanno da che parte si schiereranno. Non per qualunquismo o scarso interesse per il tema, ma perché «c’è ancora molto tempo per informarsi e decidere il da farsi». E che all'esito del voto potrebbero comunque cambiare significativamente il risultato.

I dati, in cui prevalgono nettamente i no ma anche gli indecisi, non stupiscono nella tradizionalmente “rossa” Bologna, considerando che il referendum è spesso uno strumento politicizzato. Il comportamento al voto di Bologna pare in controtendenza rispetto al voto italiano, anche se va tenuto conto del fatto che la maggioranza delle persone intervistate sono state donne di età compresa tra i 20 e i 30 anni. Più restii a rispondere gli uomini e le persone anziane, che rappresentano la parte maggioritaria dell’elettorato. Secondo l’ultimo sondaggio dell’istituto di ricerca Piepoli, la maggioranza dei cittadini voterà sì al referendum sulla giustizia: il 59%, mentre si ferma al 41% il no. Va detto che oggi meno della metà degli elettori dice che andrà alle urne: gli ultimi dati fissano l’affluenza al 44%. Esiste dunque un 56% di elettori che potrebbe ribaltare un risultato che sembra già scritto.

La preferenza netta per il sì è il riflesso di ciò che accade sul piano politico nazionale. Sulla base degli ultimi rilevamenti fatti dall’azienda di indagini demoscopiche Swg per il Tg La7, al 26 gennaio Fratelli d’Italia risulta il partito preferito dagli italiani, che continua a crescere nei consensi, attestandosi al 31,2%. Uno dei risultati migliori di sempre per il partito di Giorgia Meloni.

Il cuore della riforma, che sarà votata a marzo, è la distinzione formale tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti che, se vincesse il sì, seguirebbero due carriere separate, ciascuna con un meccanismo proprio di autogoverno.

In base al testo approvato dal Parlamento, giudici e pubblici ministeri continueranno a far parte di un ordine autonomo e indipendente, ma non condivideranno più gli stessi organi di autogoverno. Qualora vincesse il sì, verrebbero infatti istituiti due Consigli Superiori distinti, competenti rispettivamente per la carriera giudicante e per quella requirente. Ciascun Consiglio sarebbe chiamato a occuparsi delle nomine, delle valutazioni di professionalità e delle progressioni di carriera dei magistrati appartenenti alla propria area, come quello unico attuale. Cambierebbero invece le modalità di composizione dei due Consigli superiori. I membri “laici” saranno sorteggiati da un elenco di professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con oltre 15 anni di esercizio della professione, eletti dal Parlamento in seduta comune. I “togati”, invece, saranno scelti, sempre per sorteggio (un sistema contestato con decisione dai sostenitori del no), tra i magistrati giudicanti e tra i magistrati requirenti secondo quanto stabilirà una legge. Secondo i promotori della riforma Nordio, l’affidamento al caso invece dovrebbe segnare la fine del potere delle “correnti” interne alla magistratura.

Un altro elemento che caratterizza la riforma è l’istituzione di un’Alta corte disciplinare, chiamata a decidere sulle responsabilità disciplinari dei magistrati. Questa scelta ha l’obiettivo di distinguere in modo più netto le funzioni di autogoverno da quelle disciplinari, introducendo un organo dedicato e distinto.

Le misure oggetto del quesito riguardano dunque norme che ridefiniscono l’organizzazione interna della magistratura. Si tratta di un referendum costituzionale che ha carattere confermativo: consente ai cittadini di pronunciarsi sull’entrata in vigore di una modifica alla Costituzione. Rilevante, per il referendum costituzionale, è il fatto che non esiste quorum di partecipazione. L’esito del voto determina l’entrata in vigore della legge costituzionale, nel caso in cui prevalgano i pareri favorevoli, e mancata promulgazione in caso di prevalenza dei no.