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Vittorio Lingiardi, psicanalista e psichiatra (foto Ansa)

 

Il più delle volte farsi male è una ripetizione, una variazione sul tema. Seguire la rotta del dispiacere, alla quale restiamo ancorati, incapaci di cambiare direzione

(tratto da “Farsi male. Variazioni sul masochismo”)

 

 

Esiste – non sulle mappe geografiche – un Arcipelago in cui molti finiscono per dirottare, e Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, l’ha rinominato Masochismo. Nel suo ultimo saggio, “Farsi male”, prova a delimitarne i confini e a studiarne i paesaggi, consegnando al lettore un libretto d’istruzioni che non ha altra pretesa se non quella di essere sfogliato. Più che un volume divulgativo, pretenzioso e assoluto, “Farsi male” è una raccolta in cui (anche) poesia, letteratura e cinema non mancano di fare la loro apparizione.

E a rispondere alla domanda sul perché ci facciamo male, spesso, sono personaggi come Patrizia Cavalli, Emily Dickinson o Ingmar Bergman; voci a cui Lingiardi presterà la sua domani, in occasione della presentazione del libro al Mast, alle 18.30.

 

Lo psicoanalista sceglie, come già durante il viaggio nell’“Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo”, la medesima strategia letteraria. E fa parlare chi abbiamo amato e in chi ci siamo, tout court, riconosciuti sfogliando le pagine di un libro o guardando un film. Ci sono parole che fanno paura (oltre che male) e a questa categoria appartiene, si può dire, “masochismo”. Il dolore ci attraversa e può sembrarci che ci restituisca un corpo, ed è anche per questo che continuiamo a sceglierlo. Per questo invochiamo nell’altro una colpa che ci punisca, e che ci faccia redimere; per questo ci denigriamo fino ad assomigliare a uno scarto, solo perché l’altro non ci butti via per davvero. Se c’è un concetto che Lingiardi non manca mai di esplicitare, è la relazionalità del masochismo. Ci facciamo male perché qualcuno ci ha ferito e perché qualcuno può rifarlo. E per partire avvantaggiati, preferiamo consegnarci direttamente alle mani - e ai rapporti - sbagliati. Perché è difficile, nelle parole di Wisława Szymborska, distinguere il dolore da tutto ciò che dolore non è.

Dei limiti del nostro farci male, Lingiardi prova a dire qualcosa a metà del viaggio, individuando quattro dinamiche (o dispositivi psichici) che gli esseri umani mettono in atto per raggiungere l’obiettivo di farsi amare. Perché farsi male, spesso, è solo un pretesto per farsi amare.

Coazione a ripetere; sabotatore interno; identificazione con l’aggressore; falso Sé. Di questi comportamenti, l’ultimo è forse quello di cui più abbiamo esperienza personale. Lo psicoanalista inglese Donald Winnicott scrive: «È una gioia nascondersi, ma un disastro non essere trovati».

Sprofondare dove non possiamo essere visti ci consegna un senso di libertà e sicurezza; eppure, aspettare che qualcuno venga a prenderci è un supplizio. Perché c’è il rischio che non si presenti. Rimanere in attesa ci spinge alla rassegnazione e, spesso, alla costruzione di un altro Sé, che per l’altro sia più facile - o più degno - da amare.

L’Arcipelago M impone cambi di rotta e mare in burrasca, eppure, Lingiardi restituisce un ultimo consiglio, alla fine del libro: «Chi vuole resistere, in questo mondo impossibile, deve imparare a sostenere l’attenzione e la complessità, a tollerare l’ambivalenza e il dubbio. […] Riconoscere che la libertà è fragile, ma abitabile».