latte

Camion di Granarolo in piazza Maggiore nel 1967 (foto ufficio stampa)

 

Oggi è una grande azienda multinazionale con un fatturato di 1,8 miliardi che esporta il 40 per cento dei suoi prodotti. E dire che nel 1957 era soltanto un gruppo di braccianti e mezzadri della pianura che avevano deciso di mettersi in cooperativa per portare il latte fresco sulle tavole dei bolognesi. Granarolo è il primo stabilimento di pastorizzazione del latte al livello industriale capace di rispondere a esigenze di sicurezza alimentare e integrazione della filiera. La pastorizzazione è l’innalzamento della temperatura del latte per un tempo limitato, e serve a salvaguardare le proprietà organolettiche del latte e a ridurre il rischio di infezioni batteriche.

Nell’Italia del dopoguerra era necessario puntare su qualità e continuità d’approvvigionamento; domande a cui il gruppo riesce a rispondere grazie all’organizzazione sviluppata nel corso degli anni, di cui la scissione, avviata dall'ex presidente Luciano Sita, è solo l'ultimo esempio. Granlatte continua a essere la cooperativa che riunisce centinaia di allevatori e coordina la raccolta e la qualità del latte. Granarolo Spa è invece la società che trasforma quella materia prima negli stabilimenti e la porta sul mercato. L'operazione di Sita alla fine degli anni Novanta è avvenuta per consentire all’azienda di muoversi agilmente sul mercato. Nel capitale, infatti, sono comparsi in seguito anche altri soci finanziari come Fondo Nazionale Strategico e Intesa Sanpaolo che ne hanno favorito un'ulteriore internazionalizzazione. Lungimiranza e dedizione tout-court sono state la ricetta che ha permesso a Granarolo di continuare a crescere negli anni; nel 2024, ultimo dato disponibile, l'utile dell'azienda ha superato i nove milioni di euro.

Nel 2025 il Gruppo, con 2.532 dipendenti, ha confermato la sua posizione tra le realtà più rilevanti del lattiero-caseario italiano e non solo. Granarolo, che nel tempo ha smesso di essere presente sul mercato solo con il latte, oggi opera attraverso quattordici stabilimenti in Italia e otto all’estero, distribuiti tra Francia, Germania, Stati Uniti, Brasile e Nuova Zelanda, per essere vicino ai mercati e più efficiente nella produzione di alimenti a shelf life breve, come la mozzarella e altri formaggi freschi. 

Questa struttura produttiva e il presidio diretto di alcune filiere spiegano perché una quota di export tanto alta. Dall’intera produzione emerge come la fetta più consistente (52%) sia costituita dai formaggi, seguono latte, panna e ingredienti (28%), yogurt e snack (6%) e altre categorie per il 14% residuo. Una simile distribuzione riflette la strategia di Granarolo di privilegiare prodotti ad alto valore aggiunto e con maggiore domanda internazionale, come nel caso dei formaggi.