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Bologna dall'alto (foto Ansa)

 

Pur essendo una citta dell’entroterra e non godendo di particolari corsi fluviali, Bologna custodisce sotto la sua superficie urbana uno dei più articolati e straordinari sistemi idraulici/idrici d’Europa che per secoli ha alimentato la ricchezza e la potenza della città. Non a caso, in Piazza Maggiore, centro storico della città, si può trovare la statua di Nettuno, dio del mare, che testimonia il prezioso passato che ha reso Bologna la città delle acque.

In principio Bologna era attraversata da un unico corso d’acqua, il torrente di Aposa, ma il suo flusso variabile non era una risorsa sufficiente per sostenere la crescita demografica della città. Fu così che i bolognesi ebbero l’intuizione di deviare due corsi d’acqua naturali esterni: il fiume Reno e il torrente Savena.

Risalgono al XII secolo i lavori per la costruzione del canale di Savena che vennero poi ultimati nel 1221 con la costruzione della Chiusa di San Ruffillo. Dal Reno, invece, con il completamento della Chiusa di Casalecchio, venne edificato il più importante Canale di Reno.

Una volta entrati a Bologna, i canali si diramavano in più rami. Il tratto più celebre del Canale di Reno è il Canale delle Moline, caratterizzato da una forte pendenza e da una concentrazione di salti d’acqua che consentivano di azionare numerose ruote idrauliche. Tintorie e concerie erano alimentate invece dal Canale di Savena.

Il genio civile si distinse per la creazione delle chiaviche, una fitta rete di condotte sotterranee che drenavano l’acqua dai principali canali per distribuirla sotto le abitazioni. L’energia ricavata dai flussi d’acqua non rimase più soltanto lungo i canali, ma fu alla portata dei cittadini. Nelle cantine delle case comparvero così piccole ruote idrauliche a cassetto che diedero vita a centinaia di Opifici nascosti, trasformando molte case e palazzine in piccoli distretti industriali verticali.  

Questo sistema sotterraneo fu decisivo per il successo dei mulini da seta alla bolognese, che richiedevano poca energia ma grande continuità di movimento. Alla fine del Seicento le ruote idrauliche passarono da circa 60 a oltre 400, quasi tutte alimentate da acque incanalate nel sottosuolo.

Dopo aver svolto la funzione produttiva, le acque venivano riunite nel Cavaticcio, un ramo del Canale di Reno che conduceva al porto di Bologna, situato presso Porta Lame. Da qui nasceva il Canale Navile, grande via d’acqua navigabile che convogliava tutte le acque del sistema bolognese e collegava la città alla pianura e al mare. Il Navile, lungo circa 30 chilometri, superava i dislivelli grazie a chiuse e conche e arrivava fino a Malalbergo, proseguendo poi verso Ferrara e il Po.

Nel corso dell’Ottocento, con la crisi dell’industria serica e il cambiamento delle esigenze urbane, molti canali furono interrati o coperti, cancellando urbanisticamente quel legame tra Bologna e l’acqua. Solo recentemente, anche grazie ai lavori di realizzazione del Tram, la città ha iniziato a riscoprire questo patrimonio nascosto, riportando alla luce alcuni canali da tempo interrati. Un segnale, forse, del tentativo di Bologna di riallacciarsi a un passato rimasto a lungo dimenticato.