Arte
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«Non l'abbiamo inventato noi, ma è un titolo di papà, dal primo omaggio pittorico che fece a Morandi, nel lontano 1964», Maura Pozzati introduce così la mostra “Concetto Pozzati. Da e per Morandi”, dedicata al rapporto artistico-dialettico fra il padre e il grande artista bolognese. Non a caso, allestita a Casa Morandi (in via Fondazza 36). È promossa dal Comune di Bologna nell’ambito di Art City 2026 e visitabile con ingresso gratuito dal 17 gennaio al 15 marzo 2026. Il titolo dà le coordinate di un confronto durato oltre quarant’anni con le opere di Giorgio Morandi. Un legame che trova spazio in dipinti che riprendono gli elementi tipici dell’arte morandiana e testi scritti, riflessioni sul suo metodo pittorico.
Il percorso espositivo si apre con la tela “Da e per Morandi” del 1964, anno della partecipazione alla XXXII Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Una tela che segna il passaggio a una pittura più vicina alla sensibilità pop, con edifici ed elementi surreali, di forma stilizzata. «Metà e metà, papà è sempre stato diviso tra la parte calda della pittura, viscerale, emotiva e la parte fredda, razionalizzata, legata al raziocinio, al pensiero. In questa dialettica si dipana tutto il periodo pre-pop di papà», spiega Maura Pozzati.
Noto come “il corsaro della pittura” per essere stato un ponte fra le diverse correnti culturali del dopoguerra, dal Surrealismo all’Informale fino alla pop art, Pozzati era solito “rubare” ad artisti del passato i soggetti, facendone una rivisitazione personale e ironica. Afferma che l’arte produce altra arte, avvicina i maestri. Non c’è più il Morandi maestro mitizzato, inarrivabile, ma diventa il proprio maestro.
«Il Pozzati rapinatore, cleptomane, predone, che prende dalla storia dell'arte e ci mette dentro il suo linguaggio. Quindi non si tratta di veri omaggi, piuttosto di ironiche rivisitazioni. Su delle incisioni, poi serigrafate su tela, lui agisce con la propria pittura, la sua rosa, la natura morta, la palette di colori. Finisce col produrre un ciclo di restaurazione, che è estremamente divertente», racconta la figlia. Un linguaggio che si fa dissacrante fino a divenire “spregiudicato”, come lo descrive la figlia. Arriva a sostituire, nella stessa tela, le bottiglie dedicate a Morandi con i manicotti copri bottiglia, usati per il loro trasporto.
Degli oggetti presi da quello che Pozzati chiamava “il laboratorio della solitudine”, Casa Morandi, un luogo cupo. E Maura Pozzati ricorda uno scritto del padre: «Non è affatto riposante - scriveva papà - incontrare questi oggetti enigmatici, rimandano ad una soglia rivolta all'indietro, una nostalgia semplice ma struggente, anche perché solo ora capiamo e amiamo queste cose già tante volte viste ma mai possedute. Questi oggetti devono essere disegnati, dipinti per essere riconosciuti ed esistere sempre nuovi a casa mia, anche dallo stesso pittore che, ora abbandonato, li vuole custodire e identificare con il proprio dolore. Questi semplici oggetti rimbombano, producono l'eco come un'ossessione ed è l'oggetto ora il padrone del pittore», un estratto da “A casa mia” di Pozzati.