Esposizioni
Foto tratta dal sito "Bologna Cultura"
Genio e follia, un binomio stereotipato sin dall’età romantica, che la mostra “Creatività e follia. La Storia, le storie”, in chiusura oggi, ha demolito. Lo ha fatto al museo Cappellini di Bologna (sezione collezione delle cere anatomiche in via Irnerio, 48), dal 12 al 14 gennaio, con quadri (di seguito le foto) creati da malati psichiatrici internati nell’ex-manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, e l’ex-ospedale psichiatrico di San Lazzaro (Reggio Emilia). Tanto che, di fronte a un’opera che si sa essere stata dipinta da una persona con disturbi psichiatrici, si è tentati a considerarla arte a prescindere. A cercarne dentro i tratti di un mondo altro. Fuori dalla portata comune, accessibile solo al folle grazie alla condizione clinica da cui è affetto.
«Per un Ligabue, ci sono opere di migliaia di altri pazienti, tutti diagnosticati, che non sembrano però avere alcun valore artistico», ha detto Chiara Bombardieri, responsabile dell’archivio San Lazzaro, presso l’ex ospedale psichiatrico che ospitò l’artista Antonio Ligabue. «Al contrario, per un Ligabue, un Van Gogh, un Munch ci sono centinaia di migliaia di voci che il senso comune, sulla scorta del discorso dell’arte, non riconosce e non percepisce», si legge fra le esposizioni della mostra. Non si tratta di valutare il mero tratto estetico ma di raccogliere quei valori, se presenti, che escono fuori dalla logica dell’artista-folle. Una questione di occhio e canoni culturali del passato che influenzano il giudizio. Un’eredità pesante che imbriglia il malato in una versione piatta di sé stesso, a due dimensioni. Quella del genio-folle.
Il pregio espressivo è invece dentro l’opera, in quanto reperto di un’esperienza di vita irriducibile, spesso caratterizzata da sofferenza. La pittura offre la possibilità di tracciare un orizzonte di senso, dare forma al vissuto, anche in contesti di costrizione. Così, emergono dall’atto creativo i luoghi calcati, gli ambienti respirati. La relazione dell’individuo con ciò che lo circonda.
Fra le più evocative, seppur senza titolo, la rappresentazione di due cavalli sotto un cielo striato, cupo come quello del “Campo di grano con volo di corvi” di Van Gogh.

In tante altre ricorrono righe orizzontali, rettangoli, che sembrano indicare costole che faticano a prendere aria o sbarre che chiudono. Separano due realtà, chi sta dentro e chi fuori. Le figure umane, delineate da colori forti, spesso il rosso vivo, sono incomplete, con pezzi di corpo mancanti. Le righe di colore sono tratti che stridono, cruenti, trasmettono sofferenza.





Uno dei paesaggi più rassicuranti, forse solo in apparenza, ritrae una casa e un fiume in mezzo a una vallata. Tutto sembra cadere verso il basso, come risucchiato, trascinato dalla fatica di stare in piedi.

Bellissima la figura che ricorda una farfalla, spinta dall'energia del giallo che vola contro gravità spingendo verso il blu.
