Cabaret

I gemelli Ruggeri, Eraldo Turra a sinistra e Luciano Manzalini a destra (foto Gianni Schicchi)

 

Si era creata – a Bologna – un’alchimia di personaggi irregolari, di cui Luciano Manzalini era il capofila. Insieme a Eraldo Turra, inseparabile compagno, si esibiva in quel fenomeno surrealista che era il "Gran Pavese Varietà" e che vide coinvolti – tra gli anni Settanta e Ottanta – attori e comici di un’ironia squisitamente demenziale. I Gemelli Ruggeri, così come Patrizio Roversi, Syusy Bladi, Vito e Olga Durano, appartengono a un’epoca dove si osava. A raccontare Manzalini, scomparso ieri notte dopo una lunga malattia, e una Bologna trasgressiva “per davvero” è Andrea Maioli, giornalista e critico teatrale emiliano che per anni lavorò al fianco del duo (e non solo).

«Per entrare al Circolo Arci “Cesare Pavese” bisognava passare attraverso una nuvola di fumo e sperare di trovare posto in mezzo alla folla che si divertiva guardando lo spettacolo d’improvvisazione», ricorda Maioli a InCronac@. Per descrivere l’atmosfera che si respirava al "Gran Pavese Varietà" basta ascoltare una canzone degli Skiantos, sfogliare un fumetto di Andrea Pazienza, o ancora leggere un romanzo di Vittorio Tondelli. Quegli anni – spiega – sono stati di grande fermento culturale. Una fortunata congiuntura di cui oggi si può avere solo nostalgia.  

«Manzalini passava dal teatro alla vita e dalla vita al teatro. Quella maschera seria che usava indossare sul palcoscenico se la portava dietro (pure) quando ci ritrovavamo a cena fuori, terminata ogni performance», commenta Maioli. Diversamente dal suo compare, Turra, a cui il sorriso bonario non mancava mai, lui era impenetrabile. «L’ultima volta che l’ho visto era già in cura nella struttura Villa Paola, eppure quell’umorismo, insieme cinico e vivace, nemmeno la malattia era riuscito a spegnerlo». Continua Maioli: «Un anno fa avevamo messo in scena “Fiabesca” con Eraldo Turra, Roberto Malandrino e Paolo Maria Veronica, e lui era venuto come spettatore, ma fino alla fine non siamo riusciti a capire se lo spettacolo gli fosse piaciuto o meno. Finché non è scoppiato in una fragorosa risata».

Era un fine intellettuale e un creativo, partecipava alla scrittura dei testi che – insieme a Turra – portavano in scena. Ma quello teatrale non fu l’unico palco che varcò. Grazie al suo talento, finì a recitare nei cabaret traslocati nella televisione in programmi cult come “Lupo solitario” e “Mixerabili”. Per non parlare dei lungometraggi che lo videro protagonista, di cui uno porta la firma di Federico Fellini, “La voce della luna”.

Conclude Maioli che nella sua carriera si è sempre dedicato a un teatro dadaista, irriverente: «Oggi c’è più stress che voglia di ridere e la creatività ne paga le conseguenze». Quella del "Gran Varietà Pavese" è stata una fucina di talenti, talenti che – come nel caso di Manzalini – sembrano esistere sempre meno.