L'intervista

Fabio Bonifacci (foto Ansa) 

 

«In onore di Lewis Ferguson, direi che il Bologna dovrebbe fare come in “Braveheart”, gettando il cuore oltre l’ostacolo per ritrovare quello stato d’animo che ci ha portato a pensare di potercela giocare contro tutti». Ci sono storie che rimangono scolpite nella memoria collettiva, ispirano a tracciare nuovi percorsi e suggeriscono le soluzioni meno scontate per uscire da momenti negativi. Ed è da una di queste storie che Fabio Bonifacci, scrittore e sceneggiatore, costruisce la metafora ideale per rappresentare la stagione del Bologna, iniziata con i migliori auspici, tanto da far credere che si potesse lottare addirittura per il Tricolore. Ma qualcosa si è inceppato nell’ingranaggio dei rossoblù, che in campionato non vincono dalla travolgente trasferta di Udine del 22 novembre. Un digiuno lungo, di cui Bonifacci ha provato a sondare le radici. 

 

In campionato la vittoria manca da più di un mese e la sensazione è che a volte la flessione sia stata più nelle prestazioni che nei risultati. Come si spiega questo calo? 

 

«Sono ottimista: i cali sono inevitabili. Fino a un mese e mezzo fa il Bologna stava overperformando, occupando una posizione superiore al reale valore di rosa e monte ingaggi. Un rendimento così non può durare tutta la stagione, quindi il calo attuale è meno preoccupante. La vera battaglia sarà in primavera: meglio attraversare la crisi ora, quando c’è tempo per recuperare, che a marzo».

 

È un calo fisiologico o ci sono motivazioni ancora più profonde? 

 

«La crisi nasce da due fattori. Il primo è l’indebolimento del centrocampo: Freuler si è infortunato e Ferguson e Odgaard, pur essendo titolari, non stanno rendendo come negli scorsi anni. Moro e Pobega hanno fatto bene, ma il reparto ne ha comunque risentito, rendendo meno efficace aggressione e possesso. Inoltre gli esterni vengono spesso raddoppiati o triplicati e vanno in difficoltà: non tutti sono Maradona o Yamal».

 

Qual è l’altro fattore? 

 

«Ha influito anche la partita di Vigo: una bella prestazione contro una squadra reduce dalla vittoria sul Real Madrid, che ci ha fatto pensare di potercela giocare con tutti. Ci si è sentiti forse troppo forti, ma quella forza emerge solo a certe condizioni. Questa percezione eccessiva non ha aiutato». 

 

Italiano ha qualche responsabilità in questo senso? 

 

«L’allenatore ha avuto il merito di portare la squadra oltre il suo valore reale e confido che il miracolo possa riprendere. È un buon gruppo e saprà reagire. Inoltre è rientrato Freuler, che sa sempre dove posizionarsi e occupare gli spazi, come dimostrato anche da un grande recupero nell’ultima partita».

 

Domani ci sarà il recupero della partita contro il Verona, che potrebbe rappresentare un crocevia importante in ottica europea. Quanto conta vincere questa partita, alla luce della classifica attuale? 

 

«Essendo più indietro alle altre concorrenti per la zona europea, tutte le partite ora diventano finali, anche perché in un campionato così basta vincere qualche partita di fila per risalire facilmente. Anche se la partita di Como ha mostrato qualche segnale incoraggiante, non credo che siamo ancora usciti dal momento difficile, ma confido che da febbraio possa iniziare la ripresa». 

 

Crede che un eventuale passo falso e un allontanamento ulteriore dalla zona europea della classifica possa portare il club a non intervenire sul mercato, magari lasciando i soldi per l’estate? 

 

«Credo che le strategie di mercato non cambino: la società avrà già deciso e Sartori mi sembra molto bravo. Servirebbe però un centrale, e se si riuscisse a cedere Casale e Dallinga, la cui situazione si è un po’ complicata, si potrebbe investire qualche soldino in giocatori più adatti e fare un buon upgrade. Certo, è facile fare la spesa con i soldi degli altri».

 

Ricorda una stagione che assomiglia a questa? 

 

«Credo che siamo in una fase tutta nuova, di creazione di un modello societario in grado di reggersi sulle proprie gambe. Altre stagioni simili rimandano all’epoca del mecenatismo, quando a Bologna c’erano giocatori come Baggio e si avevano altri obiettivi. Adesso si cerca di costruire un modello che possa reggersi da solo e che sia in grado di guardare in prospettiva, e mi sembra che negli ultimi tre anni una quadra si sia trovata». 

 

Ultimamente si è anche inceppato Orsolini, che non segna dalla tredicesima giornata. Si sente di consigliargli un’opera da cui prendere ispirazione per tornare sui livelli di inizio campionato? 

 

«Orsolini è un po’ come quei comici o quei registi che azzeccano il successo clamoroso e fanno un po’ di difficoltà a ripetersi. Dopo un inizio così, forse ha pensato di poter anche vincere la classifica dei capocannonieri e questo potrebbe averlo un po’ condizionato. Nelle ultime apparizioni ho visto anche che sorrideva meno, dovrebbe tornare a essere quel giocatore un po’ giocherellone e recuperare la sua “orsolinità”».