La vicenda

Presidio di Cambiare rotta e Usb davanti al rettorato (foto di Giulia Goffredi)

 

Il corso si fa. E si fa a Modena. Ma nelle aule universitarie e nel dibattito pubblico la bufera che ha investito l’Alma Mater per essersi rifiutata di attivare il corso di filosofia ad hoc per i dieci allievi ufficiali dell’Accademia militare lascia ancora degli strascichi. Soprattutto per il clima di tensione che ha contribuito a instaurare tra la Dotta e Palazzo Chigi. «Bologna è in ottima salute e questo evidentemente dà fastidio», ha dichiarato due settimane fa il sindaco Matteo Lepore dopo che il caso è salito alle prime pagine dei giornali nazionali. E questo perché, in un crescendo di accuse e reazioni, la notizia della mancata attivazione del curriculum dedicato di filosofia ha portato dapprima molti ministri e poi la stessa presidente del Consiglio a commentare le vicende bolognesi. 

L’antefatto è dello scorso ottobre. L’Università di Bologna comunica ai vertici dell’Accademia Militare di Modena che non ci sono le condizioni per attivare un corso di laurea triennale in filosofia specifico per dieci allievi ufficiali. Fin lì, nessuno scalpore. Fanno notizia le iniziative che vanno a buon fine, non quelle che non si fanno. Ma il 29 novembre il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Carmine Masiello, apre il caso. In visita a Bologna, durante il suo intervento agli Stati Generali della Ripartenza, ha espresso la sua delusione per la decisione dell’Alma Mater: «Non hanno voluto avviare questo corso, finalizzato alla creazione di un pensiero laterale nell’Esercito, per timore di militarizzare la facoltà. Rappresento un’istituzione che non è stata ammessa all’università». E poco dopo iniziano ad arrivare le dichiarazioni da Roma. Intervengono il ministro della Difesa, Guido Crosetto, la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Cui si aggiunge, un paio di giorni dopo, anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, definendo il rifiuto dell’Università di Bologna «un atto incomprensibile, gravemente sbagliato e lesivo dei doveri costituzionali».

Da parte sua, l’Alma Mater replica che i motivi dietro la decisione tanto criticata sono di natura pratica e non ideologica: «Chiunque sia in possesso dei requisiti necessari, cioè un diploma di scuola superiore, può liberamente iscriversi ai corsi di studio dell’Ateneo». Con l’Accademia Militare di Modena è attiva già da vent’anni una collaborazione nell’ambito del corso di laurea in Medicina Veterinaria, quindi la scelta non avrebbe nulla a che fare con la paura di militarizzazione della facoltà. «Il corso – si legge nel comunicato ufficiale dell’ateneo – prevedeva lo svolgimento delle attività interamente presso la sede dell’Accademia, secondo il relativo regolamento interno, e un significativo fabbisogno didattico. L’Accademia si rendeva disponibile a sostenere i costi dei contratti di docenza». Un sostegno economico che si è rivelato, però, insufficiente per coprire tutte le spese che la realizzazione di un intero corso ad hoc, parallelo a quello già esistente e aperto a tutti, comporterebbe. Il verdetto, del tutto autonomo, proviene dal Dipartimento di Filosofia, perché, come ha spiegato il rettore Giovanni Molari: «Le scelte didattiche, compresa l’attivazione di un curriculum dedicato, sono materia di competenza dei Dipartimenti».

A difesa dell’Unibo interviene il sindaco. Prima dando il suo sostegno all’università senza aprire la polemica, poi alzando il livello dello scontro: «Bologna è in ottima salute e questo evidentemente dà fastidio». Ora la bufera è passata, ma l’aria tra la città e Palazzo Chigi resta elettrica. Soprattutto su un terreno dove pian piano si inizia a preparare uno scontro sicuramente più grande. Quello per le Comunali del 2027.