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La chiesa della Piccola famiglia dell'Annunziata a Maìn (foto concessa dall'intervistato)
Da due anni osserva il conflitto in Medio Oriente da un piccolo paese affacciato sul Mar Morto. Dal monastero di Maìn, in Giordania, padre Luca vede ogni giorno davanti a sé la Cisgiordania, vicinissima, e vive personalmente il contrasto tra una sponda e l'altra. Il monaco, di formazione dossettiana, traccia un ponte tra i luoghi della Resistenza italiana e il dramma che attraversa oggi Palestina e Israele. La fede che si lascia interrogare dalla storia: è il cuore dell'insegnamento di Giuseppe Dossetti – resistente, padre costituente, politico della Dc e poi monaco – che negli anni Cinquanta diede vita alla Piccola Famiglia dell’Annunziata tra l’Emilia, la Palestina e la Giordania. A Monte Sole, lo scorso giugno, la Famiglia dossettiana di Bologna ha rinnovato questa eredità di impegno civile e spirituale, ospitando la manifestazione "Salviamo Gaza" nei luoghi segnati dall’eccidio nazifascista: per tre ore, tra le rovine della chiesa di Casaglia, sono stati letti gli 18 mila nomi dei bambini palestinesi e israeliani uccisi dal 7 ottobre 2023.
Padre Luca, che clima si respira in Giordania?
«Vivere a due ora di macchina da Gerusalemme ti cambia la prospettiva, sei continuamente coinvolto. Dal punto di vista politico, economico, per me anche spirituale. Vedo che la Bibbia viene tirata in ballo per giustificare dei crimini, e anche se in Israele non la pensano tutti allo stesso modo, una certa consonanza c’è. Con la comunità di Maìn abbiamo creato un laboratorio di saponi. Fare saponette sapendo che dall’altra parte del Mar Morto si compie un’ingiustizia, mi vibra dentro come un contrasto lancinante».
Quando sei arrivato a Maìn?
«La prima volta nel 1994 e ci sono rimasto due anni. Poi sono stato in Palestina tra il 2001 e 2002 e ora sono in Giordania dal 2021. Qui c’è un clima di accortezza, la presa di posizione del re Abdullah II in favore della Palestina è chiara ma anche cauta, c’è la paura che il paese venga coinvolto troppo».
Cosa si teme di più?
«Una nuova ondata di rifugiati palestinesi. Il grande timore è che su pressione americana e israeliana la Giordania si apra. Girano anche voci che si stia già preparando a soddisfare questa esigenza, che siano in atto costruzioni per accogliere queste persone».
La chiesa come si posiziona?
«È ambigua, ufficialmente con la popolazione palestinese, ma non ha il coraggio della profezia e tace sulla giustificazione teologica di Israele. A settembre Papa Leone XIV ha ricevuto il presidente israeliano Isaac Herzog, per me è un’ipocrisia. C’è una luce sinistra, un’ombra di privilegio rispetto alle altre comunità credenti, come quella musulmana. Se le istituzioni ecclesiastiche sono partecipi della sofferenza di Gaza, certe cose ancora non si dicono col loro nome. Perfino Papa Francesco, che aveva molto coraggio, ha usato la parola genocidio forse una volta».
Perché Dossetti è andato in Medio Oriente?
«Per tornare all’origine della scrittura e creare percorsi di dialogo in una regione lacerata. Ma non solo: Don Giuseppe era un politico di primo piano, tra gli artefici della Costituzione. La sua partenza era anche una critica contro la società che si andava sviluppando in Europa e in Italia. Il cuore del pensiero dossettiano è la coscienza storica, senza la quale tramandiamo una fede che non tocca i problemi che dilaniano le nostre vite. In Medio Oriente è entrato in contatto con la grande ingiustizia che l'Occidente ha commesso nei confronti del popolo palestinese, che oggi trova concretezza nella politica di Israele».
Cosa collega Maìn a Montesole?
«Siamo la stessa comunità, qui officiamo la liturgia in arabo. Io sono molto legato a Monte Sole, ci ho passato 25 anni. Il dramma che si consuma a Gaza oggi è legato a quello del 1944, lo stesso Dossetti partecipò alla resistenza e fondò la sua comunità accanto alle vittime del nazismo. Poi andò a Gerico, per sostenere il popolo palestinese e denunciare i crimini di Israele. Non c’è nessuna contraddizione tra queste due cose, ed era il senso della manifestazione di giugno nel parco storico di Monte Sole. Oggi riemergono problematiche legate al modo di porsi dell'Occidente nei confronti degli altri popoli, siamo corresponsabili, ed è un’ipocrisia fermarsi al 7 ottobre. Quando Dossetti ha scelto di andare in Medio Oriente, voleva indicare uno spazio per la nostra società in cui affrontare i nodi storici che si porta dietro».

Padre Luca nel monastero di Maìn (Foto concessa dall'intervistato)