podcast
Foto Ansa di Stefano Nazzi e Matteo Caccia (collage di Riccardo Ruggeri)
Ci sono storie che cicatrizzano la memoria collettiva, serpeggiano sotto la pelle del Paese e bussano alle nostre coscienze. Casi di cronaca che frammentano l’opinione pubblica tra colpevolisti e innocentisti, alimentando dibattiti infiniti e obbligandoci, ancora e ancora, a misurarci con ciò che chiamiamo giustizia, con l’idea stessa di verità e con il peso della responsabilità. Un conflitto esacerbato da chi per inseguire la notizia più clamorosa finisce per lacerare la riservatezza delle indagini e dei processi. Da tempo, però, c’è uno strumento che, attraverso l’uso della voce e una diligente rilettura dei fatti, aiuta spesso a restituire con autenticità il cuore di queste storie, senza filtri e ricami superflui. Questo strumento è il podcast, che negli ultimi anni si è imposto come piattaforma principe per indagare sulla natura di questi casi. In breve tempo, l’orizzonte del true crime italiano si è popolato di voci riconoscibili, capaci di illuminare le ombre investigative più fitte. Tra queste, si è affermata con naturalezza quella di Elisa De Marco con "Elisa True Crime": nata Quindici 16 Matteo Caccia su YouTube e approdata al formato podcast nel 2022, accompagna gli ascoltatori attraverso delitti efferati, sparizioni e casi mediatici che hanno modellato l’immaginario collettivo. Accanto a lei, ma in un registro diverso, Carlo Lucarelli dà voce ad atmosfere dense e quasi letterarie: Dee Giallo, vero pioniere di questo genere, trasforma storie vere in noir carichi di tensione, mentre Profondo Nero esplora il lato oscuro dei crimini italiani con ricostruzioni asciutte e mai piegate al sensazionalismo. Sul fronte dell’inchiesta giornalistica, brilla la voce di Pablo Trincia, che in Veleno ha ricostruito il caso dei sedici bambini di Modena sottratti alle famiglie con l’accusa di far parte di una setta satanica pedofila.
A questo panorama si aggiunge un podcast che sembra sollevare il velo sulla cronaca, riportando alla luce dettagli dimenticati e scavando nelle incongruenze dei processi: è Indagini, il podcast del giornalista del Post Stefano Nazzi, diventato in poco tempo un fenomeno cult. Ad accompagnarci in questo mondo di indizi e verità nascoste è proprio chi a Indagini ha prestato la voce: «Dovendo pensare a un podcast per il Post, ho riflettuto su un determinato tipo di approccio, con l’obiettivo di raccontare prima di tutto i fatti, cercando di comprendere l’influenza che queste storie hanno avuto nella società». Un progetto che deve la sua risonanza a un linguaggio attento e misurato. «Il podcast è uno strumento, come lo sono i giornali o la televisione. Ciò che conta è il linguaggio che si sceglie di seguire nel raccontare un fatto, che sia di cronaca o di qualunque altro ambito». Uno stile, quello di Indagini, che affonda le sue radici nei grandi giornalisti del Novecento: «Ho sempre amato un giornalismo molto asciutto, diretto e poco emotivo, come quello di Giorgio Bocca, Sergio Zavoli ed Enzo Biagi. Grandissimi giornalisti con quel particolare modo di raccontare, da cui ho preso ispirazione». Nonostante il registro ponderato, Indagini riesce comunque a far percepire le emozioni che si celano dietro queste vicende: «Mettere in ordine le cose che sono successe e le reazioni di chi quelle storie le ha vissute: è questo a creare l’emozione, senza alcun bisogno di imporla con tendenze eccessive». «Dare letture che appartengono ad altri - prosegue Nazzi - è controproducente e fastidioso, perché si cerca di spingere il lettore a un’emozione artificiosa, quando basterebbe il semplice racconto dei fatti a generarne una autentica». C’è solo un modo per non correre questo rischio? «Dobbiamo interrogarci su cosa è essenziale per la comprensione di una storia. Se un elemento serve soltanto ad amplificare l’emozione e non è davvero essenziale, va evitato». Indagini, come si evince dal suo caratteristico prologo, si occupa di raccontare il modo in cui le indagini hanno influenzato le reazioni dei media e della società e il modo in cui i media e la società hanno influenzato le indagini. Su quale di questi due condizionamenti prevalga, il giornalista non si sbilancia: «È un rapporto reciproco: quando i media e le persone esercitano una forte attenzione su una storia di cronaca, è inevitabile che questa venga poi avvertita da chi indaga e da chi sarà poi chiamato a giudicare. Allo stesso tempo, il modo in cui certi fatti sono stati raccontati ha trasformato la società». Prosegue: «Il caso di Cogne, ad esempio, ha cambiato il modo di raccontare la cronaca, ma ha anche innescato molti dibatti sull’essere madre, aprendo la strada a tematiche sociali. Questo ci dimostra che il rapporto tra società e media è indissolubilmente legato». Un rapporto spesso amplificato dalla stampa: «Oggi c’è una corsa spasmodica a dare velocemente le informazioni, per cui si crea un’attenzione ossessiva anche verso ciò che viene detto nei social e che spesso non è una vera notizia. Ma non si tratta di morbosità, semplicemente oggi l’informazione funziona così. È una criticità che vediamo anche nel caso di Garlasco, dove vengono diffuse così tante informazioni per cui non si riesce più a distinguere ciò che è concreto dalle costruzioni della stampa». Un cold case, quello dell'omicidio di Chiara Poggi, su cui si era espresso anche il ministro della giustizia Carlo Nordio: «Ci sono casi su cui bisognerebbe avere il coraggio di arrendersi. È difficilissimo dopo dieci o vent’anni ricostruire una verità giudiziaria: lasciamola agli storici». Al Guardasigilli, Nazzi ha risposto così: «Ha ragione quando dice che dopo tanto tempo è difficile ricostruire la verità. Più passano gli anni, più cambiano le memorie, e anche i reperti per le analisi scientifiche, che un tempo venivano custoditi senza grande attenzione, si deteriorano e diventano meno affidabili. Allo stesso tempo, le storie di cronaca coinvolgono delle persone, dai familiari delle vittime alle persone innocenti che sono state condannate, e a queste persone non si può chiedere di dimenticare. Certo, non si può pensare che tutti i casi insoluti del passato possano trovare una soluzione, perché a volte non è veramente possibile». Una certezza incrinata dalla formula, spesso evocata nei processi, che impone prove valide “oltre ogni ragionevole dubbio”. Un protocollo che ci porta a trascurare un elemento essenziale: «La giustizia è una cosa umana. In Italia, poi, i processi sono spesso lunghi e tortuosi, e questa lentezza - prosegue Nazzi - amplifica il senso di dubbio che aleggia nelle persone. Prendiamo ancora Garlasco: un percorso giudiziario così ondivago finisce naturalmente per alimentare dubbi nell’opinione pubblica, perché se in alcuni casi esistono verità incontrovertibili, in molti altri persino le analisi scientifiche possono prestarsi a interpretazioni diverse. Ed è proprio questo l’aspetto più difficile da far comprendere alle persone, che dalla scienza si aspettano risultati certi». È qui che si gioca tutto: nel modo in cui scegliamo di guardare a queste storie e a chi ne è coinvolto. Perché è da questo sguardo che dipende ciò che racconteremo dopo. E il modo in cui continueremo a farlo.
Tra le voci del Post spicca anche quella di Matteo Caccia, conduttore radiofonico che aveva già tracciato la strada del podcast nel 2018. A quell’anno risale infatti La Piena, il format a puntate sulla storia di Gianfranco Franciosi, talentuoso meccanico nautico che finì per ritrovarsi coinvolto, suo malgrado, in un traffico di cocaina dal Sud America. Un podcast che, racconta Caccia, divenne un vero fenomeno: «Fu così ascoltato da riuscire a scavalcare il recinto del paywall di Audible: qualcosa che oggi appare impensabile, perché chi segue questi contenuti di solito non vuole pagare. Eppure fu ascoltata da moltissimi non abbonati». «Il mondo del podcast di oggi, continua Caccia, è molto diverso da quello del 2018. Allora si potevano proporre storie in più episodi, perché il format era nuovo e i contenuti pochi, mentre oggi l’accesso è immediato anche per chi vuole produrre. I podcast sono diventati una radio quotidiana in cui le energie confluiscono sulla ripetitività, sottraendo però autorialità e qualità al suono: si ricorre sempre più alle library sonore e diventa difficile uscire con una serie monografica». Una metamorfosi che riguarda anche il rapporto tra autore e ascoltatore: «La voce ormai conta più del contenuto ed è il modo di narrare a farci affezionare. Non a caso molti podcast diventano spettacoli teatrali, perché si sceglie di seguirne l’autore». A muovere Caccia verso il racconto della surreale vicenda di Gianfranco Franciosi furono invece i tratti sfumati e gli sviluppi controversi: «Mi impressionò l’aspetto umano di una storia rocambolesca che crediamo non possa capitarci e che invece, da un punto di vista filosofico, potrebbe accadere a tutti». Un racconto che include anche la voce dei protagonisti, motivo per cui è essenziale mantenere un rapporto equilibrato. «Alla base c’è il rispetto, che significa aderire a ciò che i protagonisti ti raccontano senza farne un uso strumentale». «Davanti a una vicenda così potremmo essere tentati di schierarci, pensando a Gianfranco come a un eroe o un delinquente. La verità è che si tratta di un personaggio pieno di sfumature e difficile da inquadrare. Per questo va restituita la storia». Un rispetto che ha permesso ai due di mantenere un legame ancora oggi: «In situazioni come queste serve mantenere la distanza: solo così ho potuto raccontare la versione di tutti, permettendo loro di sentirsi tutelati. L’eccesso di empatia è sopravvalutato». Tutto, quindi, si regge sul rispetto. Perché oltre le storie che ci hanno mozzato il fiato, scavalcando l’eco dei titoli di giornale e delle trasmissioni televisive, ci sono persone fragili e complesse. Proprio come noi.