L'Esclusiva

«La passione per la cultura salvò mio padre: l’ergastolo è stato per lui un'occasione per cambiare, la sua “prigione dorata”, come gli piaceva definirla. Tra libri, dipinti e scritti di psicoanalisi, divenne una persona completamente diversa rispetto al passato. Chi lo incontrava per la prima volta non avrebbe mai detto fosse colui che inventò le rapine in banca», racconta Raffaele, figlio di Paolo Casaroli, leader di quel gruppo criminale che segnò indelebilmente il Novecento bolognese. Raffaele oggi ha 45 anni, vive a Marzabotto e ha un ricordo nitido del padre anche se lo ha perso quando aveva 13 anni. Tutto ebbe inizio in via San Petronio Vecchio, luogo in cui Casaroli nacque e passò gli anni fino alla fine dell’adolescenza. Sulla soglia della maggiore età, il giovane abbandonò gli studi per arruolarsi nella Decima Mas di Junio Valerio Borghese, un’esperienza che inevitabilmente lo segnò, acuendo l’indole violenta e l’attrazione per le armi sviluppate da ragazzo.

Conclusa la guerra, Paolo cadde nelle prime attività da fuorilegge, finendo dietro le sbarre per tentativi di estorsione e rapina. Fu lì, negli spazi angusti del carcere di San Giovanni in Monte, che strinse amicizia con Daniele Farris e Romano Ranuzzi, con cui Casaroli condivideva non solo piccole esperienze criminali ma anche ideali e sogni di una vita veloce. «Non erano ragazzi privi di cultura, la scelta di dedicarsi alle rapine fu consapevole. Tuttavia - spiega Raffaele Casaroli - il loro modus operandi era diverso da quello della banda di Vallanzasca Non avevano un piano a lungo termine, erano giovani che non credevano nell’avvenire che si prospettava loro e, trascinati da un cinismo ereditato dagli anni della guerra, decisero di bruciarsi».

Nell’estate del 1950, i tre uscirono di prigione e si trovarono a un bivio: condurre un’esistenza ordinaria, modesta e svolgere un lavoro rispettabile, oppure gettarsi di nuovo nel mondo del crimine, con la possibilità di fare molti soldi ma rischiando di tornare da un momento all’altro in gattabuia. Paolo Casaroli raccontò a Gianni Leoni, storico nerista del Resto del Carlino, che questa scelta fu affidata alla sorte: «Si giocarono tutto facendo testa o croce con una scatola di cerini. Se, lanciandola in aria, fosse uscito testa, avrebbero fatto i bravi ragazzi; altrimenti, fosse uscito croce, i rapinatori. Il destino sentenziò per la carriera da malvivente… mi sono sempre chiesto se non fosse stato lui a correggere il volo». Così nacque la banda Casaroli, nome che a detta di molti fu scelto per la sua musicalità, dato che al leader i cognomi degli altri due membri non suonavano bene come il suo. Il passo successivo fu farsi incidere su un braccialetto d’oro la scritta “Mamma, fu destino”, tesi che Paolo Casaroli ha sempre difeso negli anni a seguire.

Al gruppo si aggiunsero in seguito alcuni fiancheggiatori, tra cui Giovanni De Lucca, ex brigatista che avrebbe svolto il ruolo di palo, e Lorenzo Ansaloni, l'autista e meccanico della squadra. Una volta decisi i compiti di ognuno, cominciò una serie di rapine in banca che in poco più di due mesi seminò il panico in tutta Italia, mettendo le basi a una pratica che Vallanzasca a Milano affinò anni più tardi. Furono quattro i grandi colpi realizzati: il 3 ottobre 1950 assaltarono la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde a Binasco; il 9 ottobre fu la volta della succursale del Banco di Roma a Ca’ de Pitta, a Genova; il 23 novembre saccheggiarono l’agenzia n. 8 della Cassa di Risparmio di Torino; infine, il colpo fatale arrivò il 15 dicembre con la tentata rapina all’agenzia n. 3 del Banco di Sicilia in viale Trastevere a Roma. Quest’ultima rapina nella capitale si concluse tragicamente: nel corso di una colluttazione con alcuni impiegati De Lucca ferì il ragionier Civiletti, sparandogli al ventre, mentre Farris uccise il direttore della banca Angelucci con una raffica di mitra.

Il 16 dicembre 1950, a Bologna, la polizia rintracciò Paolo Casaroli grazie alla targa della Fiat 1400 usata per la fuga da Roma e inviò gli agenti Giuseppe Tesoro e Giancarlo Tonelli a fare un sopralluogo alla casa del presunto bandito. Tesoro entrò nell'abitazione nel momento in cui Casaroli e Ranuzzi erano seduti a pranzare e chiese ai due di seguirlo in questura, un invito che si rivelò fatale. I due malviventi disarmarono Tesoro e Ranuzzi lo uccise a colpi di pistola. Ne seguì una fuga disperata per le vie di Bologna, l’agente Tonelli tentò di inseguirli, ma fu ferito e fermato dai criminali. Una corsa che si rivelerà mortale anche per un ex brigadiere dei Carabinieri e un tassista che rifiutò di aiutare i due fuggitivi. Furono accerchiati dalle forze dell’ordine: Ranuzzi venne ferito all’addome e in un breve lasso di tempo decise di porre fine ai suoi giorni sparandosi alla testa. L’ultimo saluto a Casaroli fu un freddo “Ciao, Paolo”. Il leader uscì dunque dall’auto in preda alla disperazione, venendo presto crivellato da numerosi proiettili e cadendo a terra. Il terzo componente del gruppo, Daniele Farris era sfuggito al sopralluogo degli agenti e riuscì a scappare. Tuttavia, quando venne a sapere della morte dei compagni (inizialmente i giornali comunicarono fosse caduto anche Casaroli), si precipitò in un cinema di Bologna e con un colpo di pistola si tolse la vita. Paolo Casaroli si risvegliò invece in un letto d’ospedale e, con poco tempo per metabolizzare quanto successo, gli venne comunicato che sarebbe stato intervistato a breve. Entrò così nella stanza un giovane Enzo Biagi, il quale senza giri di parole chiese al bandito: "Sei pentito per le vittime che ha provocato la tua banda?" "Le morti dei miei amici sono già abbastanza" fu la ferma risposta dell’uomo.

Nel processo del 1952 Casaroli fu condannato all’ergastolo, con due anni di isolamento diurno, per responsabilità nell'associazione a delinquere e per la morte di quattro innocenti, nonostante la difesa avesse chiesto per lui l’infermità mentale. «Paolo veniva descritto come un personaggio arrogante e dal sorriso sprezzante; neanche il processo e la condanna avevano scalfito la sua tempra» ricorda Gianni Leoni. Ma le cose cambiarono facendo i conti con la vita da ergastolano nel carcere di massima sicurezza di Forte Longone, a Porto Azzurro sull'isola d'Elba. «Appena entrato, mio padre rimase scioccato. Vide tutti quegli uomini seduti a fare la calza, uno a fianco all’altro. Avevano uno sguardo assente, gli occhi di chi si trovava a compiere la medesima azione per l’ennesima volta, chissà da quanto tempo. Incominciò a urlare - rivela il figlio Raffaele - chiedendo di avere una cella tutta per sé. Batté a lungo i piedi, ma il risultato ottenuto non fu quello sperato. Le guardie lo riempirono di botte fino a spegnere ogni suo tentativo di ribellione».

I primi mesi in cella di Paolo Casaroli vengono descritti come un’esperienza provante e a tratti disumana, tanto da riuscire a piegare anche un animo indomito come quello del bandito. Tra i momenti peggiori, l’ex capo banda non poté mai dimenticare il periodo passato in una polveriera isolata, dove Casaroli fu costretto a restare nudo per un mese intero. «Mio padre ebbe pure un infarto; le condizioni in cui si trovava erano a dir poco precarie. Mi raccontò di una volta in cui i secondini gli fecero visita e lo picchiarono con violenza: mentre uno lo teneva fermo, l’altro lo colpiva sullo sterno con dei sacchi di patate, fino a provocargli la frattura». Paolo visse numerose settimane al buio, con una pentola utilizzata come gabinetto e l’immagine di una parete tappezzata di date incise con le unghie, la testimonianza di chi, prima di lui, aveva dovuto subire le medesime punizioni.

Nello stesso periodo, il regista Florestano Vancini decise di realizzare un film sulla storia della banda Casaroli, con Renato Salvatori scelto per interpretare il capo del gruppo. Prima dell’uscita al cinema della pellicola (1962) i due vollero incontrare a tu per tu il protagonista della storia e fecero così tappa a Porto Azzurro, dove Paolo Casaroli stava scontando la propria pena. Salvatori raccontò di essersi trovato davanti una persona diversa da quella che si era immaginata. Del famigerato gangster rissoso e pieno di sè che tanto aveva studiato non vi era affatto traccia. Il Casaroli con cui parlò l’attore era una persona pacifica, distaccata e indifferente alla creazione di un film sulle sue gesta. «A mio padre non piaceva parlare del film, forse perché gli dava fastidio rivedere se stesso nei panni del criminale che era stato e nel quale non si rispecchiava più. Io ogni tanto me lo riguardo, mi piace parecchio come opera, è molto bolognese. È veramente una piccola chicca che ai tempi passò in sordina».

Dopo una lunga e dura permanenza a Forte Longone, Paolo Casaroli venne trasferito prima a Ragusa e poi al carcere di Parma, ultima tappa del suo periodo di detenzione. Qui, a un centinaio di chilometri da Bologna, città che lo aveva cresciuto e allo stesso tempo iniziato al mondo del crimine, trovò il modo per rendere quei giorni meno vuoti. «Inizialmente presi male la mia condanna - confidò a Gianni Leoni - poi capii che avrei potuto girare in positivo la mia condizione. Se esistono professionisti che studiano l’ergastolo senza viverlo, perché non mettermi io a fare lo stesso lavoro analizzandone gli aspetti e raccontando la quotidianità dei detenuti?». Casaroli notò come tutti i suoi compagni fossero molto provati da quel tipo di vita monotona e ripetitiva, e che il loro corpo si muoveva in automatico a seconda di determinati stimoli. Aveva scoperto ad esempio che, quando suonava la campanella, tutti gli ergastolani andavano meccanicamente a ritirare il proprio rancio, senza farsi troppe domande. Provò dunque a utilizzare la campanella fuori orario e loro reagivano disponendosi in fila di riflesso, anche se il piatto che tanto aspettavano non sarebbe arrivato.

Molti suoi ricordi di quelle giornate sono custoditi nelle memorie di Leoni, il quale non potè certo dimenticare una delle scene più struggenti raccontategli. «Paolo aveva l’abitudine di passare le serate lungo i bracci della prigione, ne vedeva di cotte e di crude a quelle ore. Gli rimase impressa, però, l’immagine di un uomo inginocchiato davanti a un tavolino, sul quale poggiavano le foto di quattro persone: un uomo, una donna, e un paio di bambini. Chiese a un altro ergastolano cosa stesse facendo: questo gli rispose che stava pregando per i quattro familiari che aveva ucciso». A far da contraltare alle botte dei secondini e allo strazio della reclusione, per l'ex bandito c’erano le pagine di autori come Jung, Sartre e D’Annunzio. «Senza l’arte mio padre non sarebbe mai sopravvissuto a 27 anni di carcere, la lettura e la pittura lo salvarono», afferma con certezza il figlio. Mano a mano prendeva forma il progetto a cui l’uomo era tanto legato: un volume incentrato sulla psicanalisi di un ergastolano. Iniziò a svilupparlo che era ancora dentro il carcere, poi lo proseguì una volta fuori. «A volte mi capita di ripensare a quando andavo in montagna con lui, e la mattina mi svegliavo con il ticchettio della sua macchina da scrivere. Passavo a salutarlo, lui sorrideva e nel mentre continuava a battere».

Oggi le riflessioni scritte di Paolo Casaroli sono conservate dal figlio Raffaele, ma sono solo una parte della sua eredità. «Le pareti di casa mia sono tappezzate da quadri, grafiche e stampe a olio; nonostante ciò molti suoi lavori mancano all’appello perché alcuni li usò per pagare degli avvocati, altri invece li regalò ad alcuni suoi amici. Non pensò mai a farci un business, fece delle mostre a Bologna e Marzabotto ma senza mai avere un reale fine di lucro». Quando nel ‘79 gli comunicarono che sarebbe uscito per buona condotta non ci poteva credere. Non se l’aspettava, da un giorno all’altro si ritrovò fuori dal carcere di Parma, di nuovo all’aria aperta. «Poco tempo dopo conobbe mia mamma Mirella, - ricorda Raffaele - al tempo faceva le pulizie a casa di mia nonna paterna, in via San Petronio Vecchio a Bologna.

Fu amore a prima vista tra i due: mio padre non poteva credere che una donna, per di più divorziata e con due figlie, accettasse un uomo con un passato come il suo». Eppure le cose andarono oltre le aspettative, Paolo Casaroli riuscì non solo a costruirsi una famiglia, ma trovò anche la pace che da ragazzo non aveva mai avuto. A un anno dalla sua uscita di prigione nacque Raffaele, il figlio che aveva sempre desiderato. «Purtroppo non ho potuto mai avere con lui una conversazione “da adulti” in merito alle vicende della banda Casaroli, è morto che avevo solo 13 anni, la notte di capodanno tra il ‘92 e il ‘93”. Capisco però chi non sia riuscito a perdonarlo per i crimini commessi e per le vittime che ha provocato insieme ai compagni, tant’è che non ho mai cercato di giustificarlo». Oggi Raffaele vorrebbe che la storia di Paolo Casaroli potesse essere di speranza per chi ha sbagliato, ha espiato le proprie colpe e cerca di ricominciare. «Se penso a mio padre riaffiorano le immagini di un’infanzia felice, di una persona gentile con il prossimo e di un uomo che si è assunto le responsabilità delle proprie azioni; mi piacerebbe fosse riconosciuto anche questo suo lato. Anche se, e ci tengo a dirlo, Bologna l'ha sempre trattato bene: nonostante i fatti di cronaca la città non l'ha ripudiato».

 

 L'esclusiva è tratta dal "Quindici" n. 9 dell'11 Dicembre 2025