Giustizia
Il Consiglio Superiore della Magistratura (foto Ansa)
«Giovanni Falcone diceva sempre “Costi quel che costi, dobbiamo fare il nostro lavoro fino in fondo”. La riforma è pensata per renderci più deboli». Così Pietro Grasso, già giudice a latere nel Maxiprocesso di Cosa Nostra, poi procuratore della Repubblica a Palermo, procuratore nazionale antimafia, quindi presidente del Senato, è intervenuto nel primo evento dopo la nascita del Comitato territoriale per il “No” al referendum della riforma della giustizia. Il dialogo con Pier Luigi di Bari, giudice del Tribunale di Bologna, è avvenuto tra la proiezione del film “La camera di consiglio”, sulla sentenza del Maxiprocesso di Palermo, pellicola per la quale Grasso stesso è stato consulente, e quella dell’ultima opera di Clint Eastwood, “Giurato numero 2”. Presenti anche il nuovo procuratore di Bologna Paolo Guido, magistrato di grande esperienza, pure lui proveniente da Palermo, noto soprattutto per aver coordinato le indagini che hanno portato all'arresto di Matteo Messina Denaro, e il presidente del tribunale ordinario di Bologna Pasquale Liccardo.
L’incontro, della rassegna "Cinema e Giustizia", è stato promosso in collaborazione con la Cineteca e l’Area Democratica per la giustizia Emilia-Romagna. In sala, per le proiezioni e per il dibattito, una decina di giudici popolari che negli ultimi anni hanno partecipato a processi in Corte d’Assise, e alcuni dei magistrati che stanno per assumere le loro funzioni.
«Mai come in questo tempo, ci si divide su ciò che non dovrebbe essere oggetto di divisione per un paese maturo e attento al valore della Costituzione come il nostro», ha affermato con forza Liccardo.
«Altro che separare le carriere. Io vorrei che qualsiasi pubblico ministero prima di fare quella funzione di accusa potesse fare almeno qualche anno di presenza in un collegio penale per capire come si acquisisce la cultura della prova - ha sostenuto poi Grasso in modo da lui stesso definito un po' provocatorio - un pubblico ministero è un organo di giustizia, non un organo di accusa e basta. Penso che questa sia una conquista del nostro ordinamento. Separato dalla giurisdizione quel ruolo diventa qualcos'altro. Bisogna pensare a questa riforma non come riforma della giustizia. I problemi della giustizia sono quelli di accelerarne il corso, e questa riforma non velocizza il corso della giustizia di un solo giorno. È una riforma dannosa, che creerebbe una scorporazione del Pubblico Ministero fuori dall’ordine giudiziario. E dove lo mettiamo?»
Sulle criticità del Consiglio Superiore della Magistratura, «sicuramente è da ricordare il caso Palamara, esempio di interferenza della politica nell’attività del Csm», ha detto Pier Luigi di Bari, del Tribunale del Riesame. Con questa riforma si indebolisce la magistratura e si rafforza la politica, con il rapporto tra governo e Parlamento già molto squilibrato. Le Camere non dovrebbero semplicemente convertire in legge gli atti di iniziativa legislativa del governo, ma questa è ormai diventata la prassi... Adesso andremo a squilibrare anche il rapporto con la magistratura. Così si avrebbe un governo molto forte, un parlamento debole e una magistratura ancora più fragile. Se manca l'equilibrio tra i poteri classici della democrazia liberale, ci allontaniamo sempre di più dalla sua realizzazione».