Memoria collettiva
La locandina della mostra tratta dal sito
«La Uno bianca è una storia originalissima, unica, maledetta, che sarebbe dovuta finire prima. Si poteva indagare meglio? C'era una logica dietro quella violenza spietata ed esagerata? Mio padre è stato ucciso nell'armeria di via Volturno quel giorno, ma perché?». Sono le domande che, insieme al presidente dell'Associazione vittime della Uno bianca, Albero Capolungo, si fanno ancora in tanti ancora oggi. Ventitré morti e 114 feriti, non il bilancio di una catastrofe naturale, ma di una calamità tutta umana. Sono i numeri della scia di sangue lasciata tra Bologna e Pesaro, nelle Marche, attraverso la Romagna dalla Banda della Uno bianca, il gruppo criminale composto in gran parte da poliziotti. I sette anni e mezzo tra il 1987 e il 1994 in cui si consumarono le oltre 100 azioni criminali della banda sono ricostruiti meticolosamente nella mostra “Uno Bianca. Memorie da una città ferita”, visitabile dal 19 al 30 novembre nella Sala Ercole di Palazzo d’Accursio. Non solo una dettagliata linea del tempo corredata da foto e articoli di cronaca dell'epoca, ma un’analisi approfondita del contesto e dell’impatto sulla società che ebbero i sanguinosi crimini dell’organizzazione criminale, nota per non lasciare mai testimoni delle proprie azioni. Colpivano supermercati, uffici postali, negozi, stazioni di servizio, in un clima di terrorismo in cui nessuno si sentiva al sicuro, perché andare a fare una commissione poteva significare trovarsi in una sparatoria. La vicenda della Uno bianca colpisce anche così, nei nudi fatti, ma l'allestimento della mostra rincara la dose. Lenzuoli bianchi dal soffitto al pavimento su cui campeggiano sagome nere, quelle delle persone che da teli simili sono state coperte mentre erano esanimi sulla strada. Videointerviste a giornalisti, politici, personalità della cultura che ricordano come vissero quegli anni. E in sottofondo, curato dalla compositrice Paola Samoggia, il suono di radio della polizia, modem in trasmissione e sirene che si mescolano alle note di violini.
L’esposizione fa parte del più ampio progetto “Uno Bianca per chi l'ha vista. Una storia per chi non c'era”, promosso dall’Associazione Vittime della Uno bianca e diretto artisticamente dallo scrittore Maurizio Matrone, che in quegli anni era poliziotto proprio a Bologna. Un sito dedicato visitabile qui, altre tre mostre e una decina d’incontri tra dibattiti con giornalisti, spettacoli teatrali, proiezioni, laboratori e documentari, per tenere vivo il ricordo di una storia che interessò tutta la società e la scioccò alla scoperta dei colpevoli.

Roberto Savi, uno dei capi banda, portato a processo da due carabinieri (foto Creative Commons)